Non è l’AI che mi spaventa. È perdere l’umanità.
Ieri a Palazzo Marino non è stata solo una conferenza stampa. È stato uno specchio. E ogni tanto fa bene guardarsi dentro, anche quando non se ne ha voglia.
È perdere l’umanità.
Ero lì per il World Radio Day: una sala dove la radio non veniva raccontata come nostalgia, ma come qualcosa di vivo, concreto, necessario.
Questo articolo del The Sliding Blog parla di radio, intelligenza artificiale, imprevedibilità e umanità: l’imprevedibilità come valore della diretta e l’umanità come scelta concreta nel modo in cui comunichiamo e informiamo.
Palazzo Marino: le voci, i volti, il punto
Sono intervenute voci diverse, ognuna con un pezzo di verità in mano: Giorgio D’Ecclesia (Radio Speaker e ideatore dell’evento), Tommaso Sacchi (Assessore alla Cultura del Comune di Milano) e Giovanni Alibrandi (Direttore di Radio 2, in collegamento).
In sala sono intervenuti anche Sarah Jane Ranieri e Max Zoara, conduttori di “Good Morning” (Radio 2, 6–7 del mattino): due interventi che, per intensità, chiamerei senza esagerare veri e propri “Sliding Moment”.
A sette giorni dal World Radio Day 2026, The Sliding Blog ha partecipato alla conferenza stampa ufficiale di presentazione dell’evento promosso da Radio Speaker. Per noi è la prima volta — e lo dico con sincerità: è un debutto che rafforza una consapevolezza semplice ma potente — la radio resta uno spazio di immaginazione, connessione e verità.
Ringrazio di cuore Giorgio D’Ecclesia e tutta la squadra di Radio Speaker per la fiducia dimostrata nel nostro progetto e per aver condiviso con noi questa esperienza.
Milano e la radio: non è nostalgia, è identità
Milano, dove sono cresciuto e dove ho scelto di restare nonostante le occasioni per andarmene, con la radio ha un legame che non è romantico: è strutturale.
Perché Milano non ti aspetta. Milano ti corre accanto.
E io lo so bene. Lo so dal 2014, quando ebbi l’intuizione di inserire, dentro un tram storico,
un museo itinerante della Milano in trasformazione in occasione della LabTourism Night.
Progetti culturali nati per portare le persone dentro un’esperienza reale: in movimento, viva.
(vai alla mia Sliding Doors Experience)
E parliamo di un tempo in cui l’intelligenza artificiale, per i “comuni mortali”, era ancora fantascienza. Roba da film. Tipo Io, Robot con Will Smith.
Eppure la logica era già la stessa: o stai al passo con la città, o la città ti passa sopra.
La radio, da sempre, questo lo fa: ti corre accanto mentre vivi, senza chiederti di fermarti.
Qui la radio non è mai stata solo “musica e chiacchiere”. È stata una scuola. Un laboratorio. Una palestra di voci. È stata compagnia quando la città sembrava enorme, informazione quando avevi bisogno di capire in fretta, presenza quando il silenzio, in una metropoli, pesa più di quanto si ammetta.
La vera minaccia: perdere l’accesso semplice
Uno dei temi centrali, ieri, è stato quello della “prominence”. Una parola tecnica che sembra lontana… finché non la traduci in una cosa banalissima: la radio deve essere facile da trovare. Subito. Senza passaggi.
E invece oggi succede l’opposto: sempre più case automobilistiche stanno togliendo le autoradio AM/FM dalle nuove vetture, sostituendole con sistemi basati su app e connessione internet.
Detta così può sembrare “innovazione”.
Ma, ascoltandoli parlare, il punto era un altro: non è solo un cambiamento tecnico. È un cambio di mentalità. Perché significa rischiare di perdere:
- l’accesso gratuito e immediato all’informazione
- un mezzo non invasivo, che non ti chiede di essere tracciato per esistere
- uno strumento essenziale nei momenti critici, quando il resto non funziona
Perché togliere l’autoradio non vuol dire togliere “un oggetto”. Vuol dire togliere un gesto semplice: accendere e ascoltare.
E inevitabilmente, l’AI
Ed è qui che, inevitabilmente, si arriva all’altro tema che ieri aleggiava in sala — e che accompagnerà l’intera giornata, con i vari ospiti che saliranno sul mainstage di radiospeaker.it: l’intelligenza artificiale.
Perché quando inizi a parlare di accesso, di immediatezza, di libertà di ascolto, finisci per toccare anche questo: cosa succede quando la tecnologia smette di essere uno strumento e diventa un filtro? Quando invece di semplificare, decide lei come devi arrivare alle cose?
E proprio per questo, io non potevo far finta di niente.
Onestamente, avrei voluto evitare l’argomento. Non amo entrare nei giudizi, né trasformare un tema complesso in una bandiera da sventolare.
Ma mi è stato fatto notare — giustamente — che ho un blog. E che questo spazio può essere anche un luogo di informazione e riflessione, non solo di racconto.
Ed eccomi qui.
Con un tema che avrei preferito non affrontare: l’intelligenza artificiale.
Così amata. Così odiata.
Per alcuni un alleato. Per altri una minaccia.
Io l’ho scritto e riscritto: uso l’AI.
Sì, la uso.
E non mi nascondo dietro un silenzio comodo, né mi rifugio nell’ipocrisia di negarlo.
Mi assumo la responsabilità di dirlo a testa alta.
Grazie all’AI ho ritrovato il coraggio di tornare creativo.
Grazie all’AI riesco a velocizzare il mio lavoro.
Grazie all’AI posso costruire contenuti interattivi per gli altri — non per sostituirmi, ma per ampliare ciò che posso offrire.
E no, non significa premere un tasto e pubblicare.
Prima di mettere online qualcosa possono passare ore. A volte giorni.
Perché l’AI non decide per me. Non pensa al posto mio. Non firma al posto mio.
Non è l’AI che comanda me.
Sono io che comando l’AI.
Questa è la differenza.
Ed è una differenza enorme.
Negli ultimi tempi leggo spesso dichiarazioni del tipo: “Io non uso l’AI” come se fosse una medaglia.
E mi chiedo: questa frase rende automaticamente più umani?
O semplicemente rassicura?
Non usarla non significa essere competenti.
Così come usarla non significa esserlo.
La competenza si vede nel lavoro.
Si misura nel tempo.
Si dimostra sul campo.
Quanto all’imprevedibilità — sì, l’AI può sembrare sorprendente. Ma ricordiamoci che fino a poco tempo fa non era nemmeno in grado di interpretare le emozioni. Evolverà ancora, è inevitabile.
Ma c’è una cosa che non potrà mai fare.
Essere noi.
Noi che amiamo.
Noi che sappiamo odiare.
Noi che rompiamo un bicchiere per terra e poi ridiamo.
Noi che parliamo alle persone guardandole negli occhi, senza costruire personaggi, senza fingere competenze.
Già in passato ho criticato l’uso superficiale delle citazioni storiche fuori contesto. Oggi aggiungo una riflessione diversa: screditare il lavoro altrui non dimostra umanità. Non dimostra superiorità. Dimostra solo insicurezza.
So bene di non piacere a molti.
Ma non ho mai scritto per piacere a tutti.
Due parole restano il centro: imprevedibilità e umanità. Se le perdiamo, perdiamo il senso della radio — e anche un pezzo di noi.
Imprevedibilità: quello che l’AI non può sostituire
La diretta che cambia direzione. La notizia che arriva mentre stai parlando d’altro. L’ascoltatore che ti spiazza. L’AI può simulare, analizzare, anticipare schemi. Ma non può tremare. Non può “sentire” il silenzio. E io, personalmente, non voglio vivere in un mondo dove tutto è previsto.
Umanità: la vera domanda non è quanta AI usare
La vera domanda è: quanta umanità siamo disposti a perdere?
Non mi spaventa l’algoritmo. Mi spaventa un mondo dove tutto è mediato, dove per ascoltare devi registrarti, dove per informarti devi essere profilato.
La radio la accendi. Punto. È lì. Anche quando il resto non funziona. Questa non è nostalgia. È libertà.
E poi c’è un’altra cosa che mi preoccupa: la facilità con cui si scredita il lavoro degli altri, come se bastasse dire “io non la uso” per sentirsi superiori.
Io non ho bisogno di sembrare più umano. Mi basta esserlo. Con i miei errori, con le mie pause, con i miei tempi lunghi prima di pubblicare qualcosa.
L’AI è uno strumento. Non è un’identità.
La radio non morirà
Qualcuno dice che i giovani non ascoltano più la radio. Forse non la ascoltano come la ascoltavamo noi. Forse scelgono programmi, voci, momenti.
Ma la radio è un’onda. Cambia frequenza, non smette di esistere. E finché ci sarà una voce vera dall’altra parte, qualcuno resterà ad ascoltare.
Rimango così
Non è screditando, non è facendo battaglie ideologiche sull’AI che si dimostra competenza. Si dimostra lavorando. Io rimango me stesso. Nel bene e nel male. Uso l’intelligenza artificiale. Difendo l’umanità. Credo nella radio. E finché potrò scegliere, continuerò a stare dalla parte dell’imprevisto.
Voglio lasciarvi un video che mi ha aiutato a comprendere meglio l’AI. Lo ringrazio perché, prima di vederlo, ero tra quelli che la guardavano con diffidenza — e non vedevano le opportunità.
Contenuto: video pubblicato su YouTube dal canale di Raffaele Gaito (fondatore di IA360), che intervista Nello Cristianini (@NelloCristianiniLibri), fisico e professore di intelligenza artificiale all’Università di Bath.
Disclaimer: questo inserimento ha finalità esclusivamente informative e di approfondimento. Il video è ripreso da quanto pubblicato su YouTube dal canale di Raffaele Gaito. Non esiste alcuna collaborazione, partnership o sponsorizzazione con The Sliding Blog.
Link diretto: guarda su YouTube.Ora, se vuoi, passiamo agli esercizi.
Sliding Exercise
6 minuti. Zero teoria. Solo realtà. Puoi salvare, stampare e condividere. Nessun dato viene inviato: resta sul tuo dispositivo.
🧭 Strumento o identità?
Scrivi semplice. Non serve essere “bravi”: serve essere veri.
Confine (oggi):
La mia umanità, in una frase:
✓ Micro-check (qui e ora)
Clicca ciò che riconosci. Non è un test: è un ritorno alla presenza.
- Sto usando l’AI in automatico, senza pensare.
- La sto usando per evitare fatica (non per potenziarmi).
- Mi sento ansioso se non la uso / se non ho il “risultato subito”.
- Sto delegando una decisione che dovrei assumermi io.
- Sto perdendo il contatto con la parte umana: ascolto, empatia, imprevedibilità.
Se hai spuntato più punti, prova questo: pausa di 60 secondi. Respira. E rispondi: “Cosa voglio proteggere davvero?”
Riconosci: “Sto usando uno strumento o sto cercando di non sentire qualcosa?”
Nomina il bisogno reale: velocità, controllo, paura del giudizio, stanchezza…
Fai un gesto concreto: un confine, una scelta, un’azione umana (oggi).
