The Sliding Blog · Sliding Moment Lab · Capitolo 3

Ogni spazio ha una storia

Una volta trovato il luogo, la domanda non era più dove. Era come. Come trasformare degli ambienti già esistenti in qualcosa che fosse realmente nostro, senza limitarci semplicemente a renderli più belli?

Guardare · Oltre l’apparenza Vivere · Prima degli strumenti Trasformare · Dare un significato
Uno degli ambienti dello Sliding Moment Lab prima della trasformazione
A volte, per capire cosa può diventare un luogo, bisogna smettere per un momento di giudicarlo per ciò che appare.

Nel capitolo precedente ci eravamo lasciati esattamente qui.

Avevamo scelto Trezzano sul Naviglio.

Dopo mesi di ricerche, visite, confronti, dubbi e valutazioni avevamo finalmente trovato il luogo nel quale provare a costruire il nostro punto B.

Il dove aveva trovato una risposta.

Adesso iniziava il come.

E forse è proprio da questo momento che il progetto ha iniziato a coinvolgermi ancora di più.

Perché fino a quando cerchi un immobile puoi ancora permetterti di immaginare.

Guardi una planimetria, fai qualche calcolo, osservi una stanza e pensi a come potrebbe diventare. Poi esci, visiti un altro spazio e ricominci tutto da capo.

Quando invece scegli, cambia qualcosa.

Quello spazio sarà il tuo spazio.

Quelle pareti saranno le pareti con le quali dovrai confrontarti.

Quelle stanze, che fino al giorno prima appartenevano alla storia di qualcun altro, dovranno lentamente iniziare a raccontare la tua.

E ogni volta che entravamo lì dentro cominciavamo a vedere sempre meno ciò che avevamo acquistato e sempre di più quello che avremmo voluto costruire.

Ma c’è una cosa sulla quale, ripensandoci, credo valga la pena soffermarsi ancora.

Nel capitolo precedente abbiamo raccontato apertamente che l’estetica del palazzo e del quartiere non sono state il nostro focus.

Non abbiamo scelto l’edificio più bello.

Non abbiamo scelto l’indirizzo più prestigioso.

Non abbiamo cercato il luogo che, fotografato dall’esterno, potesse fare più effetto su Instagram o sulla copertina di una brochure.

Avremmo potuto farlo.

Ma non era quello che stavamo cercando.

Con il tempo mi sono reso conto che questa scelta assomiglia molto a un principio che cerco di portare anche nel coaching.

Prima di giudicare, bisogna entrare

Una delle prime cose che impariamo nel coaching è che il coachee non si giudica.

Detto così sembra quasi scontato.

Per me non lo è affatto.

Perché il giudizio è probabilmente una delle cose più naturali che facciamo.

Guardiamo una persona, ascoltiamo cinque minuti della sua storia e inevitabilmente iniziamo a costruirci un’immagine.

Succede con le persone.

Succede con i luoghi.

Succede praticamente con tutto.

Vediamo qualcosa di bello e siamo portati a pensare che anche ciò che troveremo dentro sarà altrettanto bello.

Ma non è sempre così.

A volte l’apparenza è perfetta e, quando entri, scopri qualcosa di completamente diverso.

E altre volte accade esattamente il contrario.

Ci fermiamo davanti a qualcosa, lo giudichiamo in pochi secondi e rischiamo di non scoprire mai cosa ci sia realmente dentro.

Credo che con quello spazio abbiamo fatto proprio questo.

Siamo entrati.

Abbiamo lasciato fuori, per quanto possibile, il primo giudizio.

Abbiamo camminato nelle stanze.

Abbiamo osservato.

Abbiamo provato a comprendere.

E soprattutto abbiamo iniziato a domandarci cosa avremmo potuto farne.

Forse abbiamo fatto con questo luogo ciò che provo a fare ogni volta che inizia un percorso di coaching: non fermarmi a ciò che vedo, sospendere il giudizio e provare a comprendere cosa potrebbe esserci oltre.

Per come vivo io il coaching, infatti, il coachee non si osserva semplicemente.

In qualche modo lo si vive.

Si entra per un tratto nella sua storia.

Si prova a comprendere da dove parte, cosa vede, cosa non riesce ancora a vedere, quali sono le sue convinzioni, le sue paure, le sue risorse.

Senza sostituirsi a lui.

Senza decidere prima dove dovrebbe arrivare.

E forse proprio qui torna ancora una volta il nostro punto A e il nostro punto B.

Quel palazzo aveva un punto A molto evidente.

Noi avevamo iniziato a immaginarne uno completamente diverso.

Ma prima di trasformarlo dovevamo conoscerlo.

E soltanto allora potevamo iniziare realmente a farlo nostro.

Il rischio era quello di riempire delle stanze

Uno spazio dello Sliding Moment Lab durante i lavori di trasformazione
Prima di riempire uno spazio, abbiamo provato a capire cosa avrebbe dovuto permettere di vivere.

Naturalmente, una volta deciso cosa sarebbe diventato quel luogo, siamo tornati alla realtà.

E la realtà aveva una planimetria.

Aveva pareti. Misure. Impianti. Punti luce. Ingressi. Vincoli.

E aveva anche una serie di sigle che per mesi sono entrate nel nostro linguaggio quotidiano.

SP1. SP2. SP3. SW1. SW2.

Per noi erano diventate quasi naturali.

Servivano per parlare con il geometra, con l’impresa, con i tecnici, con i fornitori e molto spesso anche tra me e Daniela.

“Questa va nella SP4.”

“Lì dobbiamo sistemare la SW2.”

“Dobbiamo rivedere la SP1.”

A un certo punto probabilmente avremmo potuto orientarci nell’immobile soltanto utilizzando quelle sigle.

Ma più il progetto andava avanti, più iniziavo a sentire che non potevano essere soltanto stanze da riempire.

Il rischio era molto semplice.

Fare ciò che normalmente si fa quando si deve arredare un luogo.

Qui mettiamo un tavolo. Qui uno schermo. Qui delle sedie. Qui un’attrezzatura. Qui una luce.

Tutto perfettamente razionale.

Ma mancava qualcosa.

Come vogliamo che una persona si senta quando entra qui dentro?

Ed è una domanda che ha iniziato a condizionare moltissime delle nostre scelte.

Anche una luce può fare la differenza

Qualche giorno fa stavo parlando con uno dei fornitori che ci sta accompagnando in questa fase.

Era sinceramente entusiasta del progetto.

E devo ammettere che vedere un professionista che entra, ascolta quello che stiamo facendo e poco alla volta inizia a percepire tutta la visione che c’è dietro ci fa sempre molto piacere.

A un certo punto stavamo parlando delle aule.

Ha osservato tutte le luci che avevamo previsto e, quasi sorridendo, mi ha chiesto se forse non avessimo esagerato un po’.

Mi ha fatto sorridere.

Perché capivo perfettamente la sua osservazione.

Vista sulla carta, una luce in più è semplicemente una luce in più.

Ma gli ho risposto quasi d’istinto:

Anche la luce in un’aula può fare la differenza.

E ci credo davvero.

Ho trascorso molte ore della mia vita in aule di formazione, sale riunioni, uffici e ambienti nei quali magari all’inizio tutto sembra perfetto.

Poi passano le ore.

Quattro. Cinque. Sei. Otto.

E improvvisamente inizi a percepire tutto.

Una luce troppo forte.

Una stanza troppo buia.

Una temperatura non corretta.

Uno schermo che da una determinata posizione si vede male.

Una seduta che dopo qualche ora inizia a ricordarti continuamente che sei seduto lì da troppo tempo.

Quando qualcosa funziona bene spesso non ce ne accorgiamo nemmeno.

Quando funziona male diventa immediatamente parte dell’esperienza.

E allora abbiamo provato a fare un ragionamento diverso.

Una giornata non è mai tutta uguale.

Ci può essere una formazione al mattino.

Una presentazione.

Un lavoro individuale.

Un momento di confronto.

Una parte più dinamica nel pomeriggio.

Persone che trascorreranno dentro quella stanza molte ore.

Perché la luce dovrebbe essere sempre la stessa se ciò che accade dentro quella stanza cambia continuamente?

Non significa che una luce possa trasformare da sola una giornata.

Naturalmente no.

Ma può contribuire.

Ed è proprio questa parola, contribuire, che credo racconti bene molte delle nostre decisioni.

Non volevamo aggiungere qualcosa perché potevamo permetterci di farlo o perché faceva scena.

Volevamo chiederci:

Questa scelta può contribuire, anche soltanto un po’, a migliorare l’esperienza di chi sarà qui?

Se la risposta era sì, valeva la pena ragionarci.

Anche quando si trattava semplicemente di una luce.

L’esperienza, ancora una volta, veniva prima

Nel capitolo precedente abbiamo raccontato quanto per noi l’esperienza iniziasse ancora prima di entrare.

Il viaggio. Il traffico. Il parcheggio. Il tempo.

Se una persona decide di dedicarci alcune ore della propria giornata, quel tempo per me ha un valore.

Ed è proprio per questo che, una volta entrata, non potevamo improvvisamente smettere di pensarci.

È stato lì che molte cose hanno iniziato a trovare un senso.

Da una parte c’era tutto ciò che negli anni avevamo costruito attorno alla formazione, al coaching, al confronto, al lavoro, alla comunicazione, alle idee.

Dall’altra c’era una parte altrettanto importante per noi: il benessere, il movimento, l’ascolto del proprio corpo, la possibilità di dedicare del tempo a sé stessi.

Sono diventate quelle che oggi chiamiamo le due anime dello Sliding Moment Lab.

The Sliding Path e The Sliding Wellness.

Non le abbiamo mai vissute come due mondi che devono necessariamente restare separati.

Per me è quasi impossibile farlo.

Come stiamo influenza il modo in cui lavoriamo.

Il lavoro influenza il nostro benessere.

Una formazione può cambiare il modo nel quale interpretiamo qualcosa della nostra vita.

Un momento dedicato a noi stessi può cambiare il modo nel quale affrontiamo una giornata di lavoro.

Alla fine siamo sempre noi.

La stessa persona.

Ed è proprio quella persona che volevamo mettere al centro del progetto.

Poi quelle sigle hanno iniziato a diventare qualcosa di più

A un certo punto abbiamo dovuto decidere come chiamare realmente le stanze.

Potevamo semplicemente lasciare Aula 1, Aula 2, Sala Meeting, Sala Fitness.

Sarebbe stato tutto molto più semplice.

Ma non ci rappresentava.

Perché continuavo a pensare che, se avevamo dedicato così tanto tempo a ragionare sull’esperienza, non aveva senso arrivare davanti a una porta e ridurre tutto a un numero.

Così SP1 è diventata THE SLIDING PATH.

SP2 è diventata THE SLIDING ON AIR.

Sul perché di quest’ultimo nome, per il momento, lasciatemi ancora un po’ di margine.

Poi sono arrivate altre quattro stanze.

E quattro parole.

SP3

RESPONSABILITÀ

Quando smettiamo di aspettare che qualcosa cambi da solo e iniziamo a chiederci cosa dipende da noi.

SP4

FIDUCIA

Quella che serve per continuare quando il punto B non è ancora perfettamente visibile.

SP5

CONSAPEVOLEZZA

Osservare davvero il proprio punto A prima di decidere quale direzione prendere.

SP6

CORAGGIO

Prendere alcune decisioni anche quando non abbiamo ancora tutte le risposte.

E una cosa mi ha colpito.

Più guardavo quelle parole e più mi sembravano legate non soltanto a ciò che avremmo voluto far vivere dentro quelle stanze, ma anche al percorso che avevamo vissuto noi per arrivare fino lì.

La consapevolezza necessaria per comprendere davvero il proprio punto A.

La responsabilità di decidere che, se qualcosa deve cambiare, non possiamo limitarci ad aspettare.

Il coraggio di prendere alcune decisioni quando non abbiamo ancora tutte le risposte.

E la fiducia.

Quella che diventa fondamentale quando sai dove vorresti arrivare, ma non hai ancora la certezza che la strada che stai percorrendo sarà esattamente quella giusta.

Non sono quattro parole scelte perché facevano bene su una targhetta.

Sono parole che abbiamo incontrato molte volte lavorando con le persone.

E sono parole che, in questi mesi, abbiamo incontrato continuamente anche noi.

Dall’altra parte le sigle SW hanno iniziato a trasformarsi allo stesso modo.

SW1 è diventata THE SLIDING WELLNESS.

SW2, THE FITNESS ROOM.

SW3, THE SLIDING WELLBEING.

SW4, THE SLIDING ROOM.

SW5, THE SLIDING OFFICE.

E potrei raccontarvi molto altro.

Probabilmente troppo.

Ma non voglio trasformare questo capitolo in una lista della spesa

Negli ultimi mesi abbiamo scelto tantissime cose.

Attrezzature. Tecnologie. Strumenti. Soluzioni.

Abbiamo incontrato fornitori, confrontato prodotti, cambiato idea, scoperto possibilità che all’inizio non conoscevamo nemmeno.

Ci sono scelte delle quali sono particolarmente orgoglioso.

E ammetto che la tentazione di raccontarle è enorme.

Ma non voglio farlo.

Non qui.

Perché se iniziassi a dirvi tutto quello che abbiamo inserito nello Sliding Moment Lab, questo capitolo diventerebbe esattamente ciò che non volevo diventasse.

Una lista della spesa.

E questo progetto non è nato così.

Non siamo partiti dalle attrezzature per capire cosa avrebbero dovuto fare le persone. Siamo partiti dalle persone per provare a capire quali strumenti potessero realmente servire.

Per me questa differenza è fondamentale.

E forse è anche uno dei motivi per cui alcuni fornitori, quando iniziano ad approfondire il progetto, rimangono sorpresi da alcune delle nostre richieste.

Perché a volte abbiamo chiesto qualcosa non pensando allo strumento in sé, ma al momento nel quale verrà utilizzato.

È molto diverso.

E sarà anche il motivo per cui, almeno per il momento, non vi racconteremo tutto.

Alcune cose vogliamo che le scopriate entrando.

C’è poi una parola che per me viene da molto più lontano

Mentre scrivo tutto questo mi rendo conto che c’è una parola del nome Sliding Moment Lab che merita una parentesi.

Una parentesi molto personale.

Lab.

Pareti e materiali dello Sliding Moment Lab durante i lavori
Un Lab, almeno per come lo intendiamo noi, non nasce già finito: si prova, si cambia, si costruisce.

Oggi la parola Lab è ovunque.

Nascono Creative Lab, Innovation Lab, Experience Lab e probabilmente sarebbe facile pensare che anche noi l’abbiamo scelta perché è contemporanea, funziona bene e ormai viene associata automaticamente a determinati progetti.

In realtà, per me, è quasi il contrario.

Lab è una parola che mi porto dietro dal 2012.

In quegli anni avevo vissuto una bellissima esperienza all’ENIT di Parigi.

Un’esperienza che mi aveva lasciato addosso molte idee sul turismo, sui territori, sul modo di raccontarli e soprattutto su quello che, almeno allora, avrei voluto provare a costruire.

Da quelle idee era nata Labtourism.

La parola Lab era lì già allora.

E non per caso.

Il mio intento era creare un laboratorio di idee nel turismo.

Non semplicemente un’altra attività turistica.

Volevo sperimentare.

Creare progetti.

Mettere insieme persone e intuizioni.

Provare a raccontare il turismo in modi differenti.

Avevo tantissima energia.

Tantissima voglia di fare.

Probabilmente anche quella dose di incoscienza che, quando sei più giovane, a volte ti permette di immaginare cose enormi senza preoccuparti troppo di come farai a realizzarle.

Di quella storia ho già raccontato qualcosa anche su The Sliding Blog.

E ho raccontato anche la parte meno bella.

Perché a un certo punto ho dovuto chiudere quel cassetto.

E ricordo bene quanto mi sia dispiaciuto farlo.

Labtourism appartiene a un altro momento della mia vita.

Non ho nessuna intenzione di riportarlo indietro o di fingere che Sliding Moment Lab ne sia una prosecuzione.

Non lo è.

Sono due progetti completamente differenti.

Ma la parola Lab no.

Quella, in qualche modo, non l’avevo mai abbandonata.

Forse l’avevo semplicemente lasciata lì.

In quel cassetto.

Insieme a una parte del mio modo di immaginare le cose.

La voglia di creare.

Di mettere insieme elementi apparentemente distanti.

Di prendere un’idea e provare a capire fino a dove possa arrivare.

Negli anni sono cambiate moltissime cose.

Sono cambiato io.

Sono arrivate altre esperienze.

Altri lavori.

Altre persone.

Errori.

Risultati.

Consapevolezze che nel 2012 probabilmente non avrei potuto avere.

E soprattutto oggi questo progetto non è più qualcosa che appartiene soltanto a me.

C’è Daniela.

C’è tutto quello che abbiamo costruito insieme.

C’è una storia diversa.

Ma quando abbiamo iniziato a pensare al nome Sliding Moment Lab, quella parola è tornata fuori quasi naturalmente.

E l’ho voluta.

Non perché ormai nascano Lab ovunque.

Ma proprio perché quel concetto fa parte di me da tanti anni .

Un laboratorio per me è un posto nel quale le idee non devono necessariamente essere già perfette.

Possono essere provate.

Cambiate.

Contaminate da altre persone.

A volte possono funzionare.

Altre volte no.

Possono costringerci a tornare indietro.

Oppure portarci in un posto completamente differente da quello che avevamo immaginato all’inizio.

Nel 2012 avevo provato a farlo nel turismo.

Oggi quella stessa parola ritorna dentro un progetto completamente diverso e, probabilmente, dentro una persona molto diversa.

E c’è una cosa alla quale penso spesso.

Forse alcune idee non muoiono davvero quando siamo costretti a chiudere un cassetto. Forse aspettano soltanto che arrivi il momento giusto per riaprirlo.

E quando lo riapriamo non troviamo necessariamente dentro lo stesso progetto.

A volte troviamo semplicemente una parte di noi che nel frattempo è cresciuta.

Ecco perché la parola Lab, per me, non è un’etichetta.

È quasi un filo.

Un filo che parte da molti anni fa e che oggi, in un modo che nel 2012 non avrei certamente potuto immaginare, è arrivato fino a Trezzano sul Naviglio.

Anche The Sliding Room nasce da qualcosa che abbiamo vissuto

C’è poi uno spazio che racconta un’altra parte molto personale della nostra storia.

THE SLIDING ROOM.

Io e Daniela siamo genitori.

E sappiamo bene cosa significa voler partecipare a qualcosa, dedicarsi qualche ora, seguire un corso o semplicemente prendersi un momento per sé e dover immediatamente aggiungere una seconda domanda:

“E i bambini?”

Quante volte una persona rinuncia prima ancora di provare a organizzarsi?

Quante volte qualcosa che vorremmo fare diventa complicato non per mancanza di volontà, ma semplicemente perché la vita reale deve trovare il modo di incastrarsi?

Noi quella situazione la conosciamo.

L’abbiamo vissuta.

E proprio perché l’abbiamo vissuta ci sembrava strano costruire un luogo che vuole mettere le persone al centro ignorando completamente quel problema.

Naturalmente lo Sliding Moment Lab non vuole trasformarsi in qualcosa che non è.

Ma potevamo provare a pensare anche a questo.

Ed è da lì che è nata The Sliding Room.

Non da un’analisi di mercato.

Non perché qualcuno ci abbia detto che fosse necessario averla.

È nata dalla nostra vita.

E forse è proprio questo uno degli aspetti che rendono questo progetto così personale.

Ci sono ambienti nati dalle nostre esperienze professionali.

Altri da ciò che abbiamo visto negli anni.

Altri ancora da cose che abbiamo vissuto direttamente sulla nostra pelle.

E quando tutto questo inizia a convivere dentro lo stesso luogo, per me smette definitivamente di essere soltanto un immobile.

Dentro inizi a riconoscere pezzi della tua storia.

Sarà pronto. Ma spero non sarà mai veramente finito.

Oggi penso che questa sia forse la conseguenza più naturale della parola Lab.

Quando apriremo lo Sliding Moment Lab voglio che sia pronto.

Naturalmente.

Ma non voglio che sia finito.

Perché “finito” significherebbe pensare di avere già tutte le risposte.

E non le abbiamo.

Abbiamo progettato.

Pensato.

Studiato.

Confrontato.

Abbiamo dedicato una quantità enorme di energia ai dettagli.

Ma fino a quando le persone non inizieranno realmente a vivere quegli spazi, una parte del progetto continuerà inevitabilmente a essere una nostra ipotesi.

Poi arriveranno loro.

E magari una stanza verrà vissuta in un modo al quale non avevamo pensato.

Qualcuno ci farà notare un dettaglio.

Scopriremo che qualcosa che consideravamo fondamentale lo è meno.

Oppure che una piccola scelta alla quale avevamo dedicato tantissimo tempo farà realmente la differenza.

Sposteremo qualcosa.

Aggiungeremo qualcosa.

Probabilmente cambieremo ancora.

E mi auguro sinceramente che sia così.

Perché se tra dieci anni lo Sliding Moment Lab fosse esattamente identico a come lo apriremo, forse avremmo tradito proprio la parola che abbiamo deciso di mettere nel suo nome.

Oggi entro e faccio fatica a vedere quello che vedevo all’inizio

Il corridoio dello Sliding Moment Lab durante la trasformazione degli ambienti
Lo stesso luogo, qualche mese dopo: quando uno spazio inizia lentamente a cambiare identità.

Questa è forse la parte più difficile da raccontare.

Ricordo perfettamente le prime volte che siamo entrati.

Ricordo gli uffici.

Gli arredi.

La vecchia cucina.

Le pareti.

Gli ambienti che appartenevano alla storia di qualcun altro.

Oggi entro nello stesso luogo e faccio quasi fatica a rivederlo con gli stessi occhi.

Non vedo più semplicemente SP3.

Vedo Responsabilità.

Non vedo più SP4.

Vedo Fiducia.

Entro in una stanza e mi ricordo perché abbiamo deciso di mettere qualcosa proprio lì.

Guardo una parete e ricordo una conversazione con il geometra.

Vedo un dettaglio e mi torna in mente una telefonata con un fornitore.

E ci sono decisioni apparentemente minuscole alle quali abbiamo dedicato ore e che, probabilmente, chi entrerà non noterà nemmeno.

Ma va bene così.

Anzi.

Forse significa che avranno funzionato.

Per mesi quegli spazi sono stati popolati soprattutto da noi, dagli operai, dai tecnici, dai fornitori e dalle persone che stanno contribuendo alla loro trasformazione.

Tra poco succederà qualcosa di completamente diverso.

Entreranno le persone per le quali, alla fine, abbiamo fatto tutto questo.

E se devo pensare al momento che aspetto maggiormente, non è vedere una stanza finalmente terminata.

Quello sta già succedendo.

È vedere qualcuno viverla.

Guardare una persona entrare.

Osservare come utilizza lo spazio.

Capire se percepisce alcune delle cose sulle quali abbiamo lavorato.

E magari accorgerci che ciò che per mesi è esistito soltanto nella nostra immaginazione sta finalmente accadendo davanti a noi.

Credo che soltanto allora capiremo davvero quanto ci siamo avvicinati al nostro punto B.

Il resto preferiamo lasciarlo dietro quelle porte

Se siete arrivati fino a questo terzo capitolo probabilmente avrete ormai capito che qualcosa, volutamente, continuiamo a non raccontarlo.

Cosa c’è realmente dentro The Sliding On Air?

Cosa troverete nella Fitness Room?

Quali attrezzature abbiamo scelto?

Quali tecnologie?

Cosa abbiamo immaginato negli altri ambienti?

E quali sono le sorprese delle quali ogni tanto lasciamo intravedere qualcosa senza mai raccontare fino in fondo?

Potrei rispondere a tutte queste domande.

Ma questa volta non voglio.

Perché alcune cose si possono leggere.

Altre si possono guardare attraverso una fotografia.

Altre ancora bisogna viverle.

E se ci pensate, tutto questo progetto è nato proprio da lì.

Nel primo capitolo raccontavo che alcune idee avevano iniziato a chiedere qualcosa in più.

Non volevano più restare dentro un blog, uno schermo o una videocamera.

Avevano bisogno di un luogo fisico.

Mi sembrerebbe quindi quasi contraddittorio arrivare fino a questo punto e provare a raccontarvi tutto proprio attraverso quello stesso schermo.

Tra non molto quelle porte si apriranno.

E questa volta vorremmo che foste voi a entrare.

A guardarvi intorno.

A passare da una stanza all’altra.

A scoprire ciò che abbiamo deciso di non mostrarvi.

A fermarvi su qualche dettaglio.

E magari, dopo alcune ore, a pensare anche a quella conversazione con il fornitore e a tutte quelle luci che, viste sulla carta, sembravano forse un po’ troppe.

Stiamo preparando l’inaugurazione dello Sliding Moment Lab.

E insieme all’inaugurazione stiamo preparando altre sorprese che, coerentemente con tutto ciò che avete appena letto, continueranno ancora per un po’ a rimanere dietro quelle porte.

Se avete seguito questo viaggio dal primo capitolo e vi piacerebbe essere tra le persone che vivranno per prime lo Sliding Moment Lab, scriveteci e chiedeteci di ricevere l’invito all’inaugurazione .

Ci farà davvero piacere incontrare lì anche chi ha iniziato a seguirci quando tutto questo era ancora fatto soprattutto di idee, domande, stanze che appartenevano a un’altra storia e un punto B che riuscivamo soltanto a immaginare.

Rimane ancora un ultimo pezzo di questa storia

Oggi quel punto B è molto più vicino.

Ma se c’è una cosa che questo percorso continua a ricordarmi è che guardare soltanto il risultato sarebbe quasi un peccato.

Perché nel mezzo c’è stato tutto il resto.

Abbiamo scelto un luogo che qualcuno avrebbe potuto scartare semplicemente guardandolo da fuori.

Abbiamo deciso di entrare.

Di non fermarci alla prima impressione.

Di provare a comprenderlo.

Di immaginare cosa sarebbe potuto diventare.

Abbiamo riaperto anche qualche vecchio cassetto.

Abbiamo recuperato una parola che mi accompagna dal 2012 e le abbiamo dato una storia nuova.

Abbiamo incontrato persone.

Cambiato idee.

Difeso alcune scelte.

Rivisto altre convinzioni.

E continuiamo a farlo.

Una decisione dopo l’altra.

Una stanza dopo l’altra.

Un incontro dopo l’altro.

E, a quanto pare, anche una luce dopo l’altra.

Ma fino a questo momento vi ho raccontato soprattutto perché abbiamo fatto determinate scelte.

C’è ancora una parte della storia che manca.

Quella nella quale tutte queste idee hanno dovuto smettere di essere soltanto idee.

Perché a un certo punto puoi immaginare quanto vuoi.

Puoi disegnare una stanza.

Cambiare una planimetria.

Scegliere un nome.

Discutere per ore di una luce, di una parete o di come vorresti che una persona si sentisse entrando.

Poi però arriva il momento nel quale qualcuno deve prendere quella visione e provare a costruirla davvero.

E lì tutto cambia ancora una volta.

Arrivano i lavori.

Le demolizioni.

Le pareti che spariscono e quelle nuove che iniziano a comparire.

I materiali che avevi visto su un campione e che improvvisamente occupano un’intera stanza.

Le misure che sulla carta sembravano perfette e che, quando le vedi nello spazio reale, ti fanno venire qualche dubbio.

Arrivano i fornitori.

Le telefonate.

Le decisioni da prendere velocemente.

Qualche imprevisto.

Qualche momento nel quale guardi quello che sta succedendo e pensi esattamente a come lo avevi immaginato.

E altri nei quali capisci che dovrai cambiare ancora qualcosa.

Credo che sia proprio in questa fase che un progetto inizi a restituirti qualcosa di particolare.

Per mesi sei tu a guardare uno spazio cercando di vedere ciò che ancora non esiste.

Poi, lentamente, succede il contrario.

È quello spazio che inizia a restituirti le immagini che avevi avuto nella testa per mesi.

Una parete prende il colore che avevi scelto.

Una porta compare esattamente dove per settimane avevi visto soltanto una linea sulla planimetria.

Una stanza smette di essere SP4 e, per la prima volta, entrando, inizi davvero a riconoscere Fiducia.

E in quei momenti ti rendi conto che la distanza tra il punto A e il punto B si è ridotta ancora.

Non è scomparsa.

Forse non scomparirà mai completamente.

E, dopo tutto quello che abbiamo raccontato fino a qui, credo sia giusto così.

Perché se Sliding Moment Lab deve essere davvero un Lab, continuerà a cambiare anche dopo l’apertura.

Ma c’è una storia che invece sta arrivando alla sua conclusione.

È quella che abbiamo iniziato nel primo capitolo, quando tutto questo era ancora soprattutto una domanda.

Dove siamo oggi e dove vorremmo arrivare?

Nel secondo capitolo abbiamo scelto il luogo nel quale provare a costruire quella risposta.

In questo abbiamo raccontato cosa abbiamo cercato di mettere prima ancora delle pareti, degli strumenti e della tecnologia: le persone e l’esperienza che avremmo voluto far vivere loro.

Adesso manca l’ultimo passaggio.

Quello nel quale le intenzioni incontrano la materia.

Quello nel quale ciò che per mesi abbiamo immaginato comincia finalmente a essere qualcosa che possiamo toccare.

E forse sarà anche il momento giusto per guardarci indietro, tornare per un istante al nostro punto A e capire quanta strada abbiamo percorso davvero.

Il prossimo sarà l’ultimo capitolo di questo viaggio.

Non l’ultimo dello Sliding Moment Lab.

Quello, almeno nelle nostre intenzioni, sarà soltanto l’inizio.

Ma l’ultimo del racconto della sua nascita.

E credo che non potesse avere un titolo diverso.

Quando le idee prendono forma.

Cristiano e Daniela
The Sliding Blog · Building the Sliding Moment Lab
Take your Sliding Moment.


Verified by MonsterInsights