The Sliding Path · Coaching • AICP • Confronto • Business Coaching

Il confronto, quello vero, non lo impari solo sui libri

di Cristiano Merizzi The Sliding Blog The Sliding Path Pubblicato il 15 giugno 2026 Aggiornato il 15 giugno 2026

Un articolo sul confronto come forma di apprendimento, sul valore delle prospettive diverse e su quel ciclo di vita della consapevolezza che nasce quando una parola ascoltata diventa domanda, scelta e azione.

La formazione può spiegare. Il confronto, quando è autentico, ti mette davanti a qualcosa che devi attraversare.
Incontro e confronto durante la giornata del Coaching Club AICP Lombardia
Immagine: incontro e confronto durante la giornata del Coaching Club AICP Lombardia.
Una traccia visiva del confronto aperto, diretto ed esperienziale da cui nasce questa riflessione.

Ci sono cose, o meglio, ci sono competenze che la formazione da sola non ti può “insegnare”, o quanto meno non ti può spiegare fino in fondo. Può darti strumenti, modelli, tecniche, può aiutarti a dare un nome alle cose, ma poi ci sono elementi che devi attraversare, vivere, sbagliare, comprendere nel tempo. Uno di questi, tra le varie forme di apprendimento, secondo me si chiama confronto.

Il saper confrontarsi è una delle qualità più difficili in assoluto, perché per mia esperienza il confronto può generare risultati molto diversi. C’è il confronto costruttivo, quello che ti apre, ti accende intuizioni, ti fa vedere cose che magari da solo non avresti visto. È quel confronto che non nasce per stabilire chi ha ragione, ma per provare a comprendere meglio qualcosa, magari insieme. Poi c’è il confronto distruttivo, quello che invece non costruisce nulla, perché parte già da un giudizio, da una posizione da difendere, da un bisogno di prevalere. E poi c’è un terzo tipo di confronto, forse ancora più ambiguo, quello che apparentemente sembra lasciare qualcosa, perché si annuisce, si dice di aver capito, si finge magari anche una certa apertura, ma poi l’incoerenza viene fuori, perché ciò che non è stato davvero compreso prima o poi si vede.

Io devo dire la verità: non ho mai amato il confronto. O almeno non l’ho amato per tanti anni. Lo vivevo con grande timore, perché nel confronto vedevo e sentivo il giudizio, il paragone, il pregiudizio. Probabilmente anche perché dall’adolescenza mi porto dietro il fatto di essermi sentito spesso paragonato, nello studio, nello sport, nella vita, e quando cresci dentro il paragone, poi fai fatica a vivere il confronto come qualcosa di libero. Lo vivi come una minaccia, come una prova, come un momento in cui qualcuno deve misurarti.

La mia filosofia, per tanto tempo, era unica: mi confronto con te se tu vuoi comprendere me. Altrimenti non mi cimento nemmeno e lascio stare. Era quasi una forma di protezione. Se sentivo che dall’altra parte non c’era davvero il desiderio di capire, ma solo quello di giudicare o di portarmi dove volevi tu, io mi chiudevo. E ancora oggi, in parte, penso che il confronto abbia bisogno di una base minima di rispetto e di volontà reciproca, altrimenti diventa solo rumore.

Con gli anni, però, mi rendo conto che se oggi sono qui è anche perché ho imparato a confrontarmi. Non l’ho imparato dall’oggi al domani, non l’ho imparato perché qualcuno me lo ha spiegato in aula, ma l’ho imparato dagli altri. Da persone incontrate in momenti diversi della mia vita, alcune rimaste, altre passate, altre ancora presenti solo come tracce, ma comunque importanti. Persone che magari non la vedevano alla mia stessa maniera, persone che avevano esperienze diverse, competenze diverse, sensibilità diverse, e che con il loro bagaglio di vita mi hanno in qualche modo “timbrato”.

Ecco, forse è questa la parola giusta: alcune persone ti timbrano. Ti lasciano addosso qualcosa. Non sempre te ne accorgi subito, a volte lo capisci anni dopo, quando una frase, un gesto, una discussione o anche un contrasto tornano fuori e ti rendi conto che qualcosa ti avevano insegnato davvero. Mi hanno insegnato a confrontarmi, e oggi le ringrazio tutte, perché do un peso fortissimo al confronto. Il confronto può accendere intuizioni, può far emergere nuove prospettive, può tirare fuori parole potenti che magari erano lì, ma non riuscivi ancora a formulare.

Sabato ho partecipato alla giornata organizzata dal Coaching Club AICP Lombardia e ho assistito proprio a questo: una giornata di confronto aperto, diretto, concreto, fatta di casi, autocasi, esperienze e riflessioni. E credo che qui si inserisca bene anche il senso di AICP, perché quando si parla di coaching professionale non si può pensare solo alla tecnica, alla domanda ben fatta, al modello imparato. Serve una comunità, serve un luogo dove potersi confrontare, dove portare esperienze, dubbi, letture diverse, visioni diverse. E in questo il Coaching Club AICP Lombardia, grazie anche a persone come Giansandro e Teresa, riesce a costruire momenti di interconnessione esperienziale che non si esauriscono nella giornata in sé, ma ti lasciano qualcosa anche dopo.

Due momenti, in particolare, mi hanno colpito.

Il primo è stato il punto di vista di un manager aziendale, un top manager, che mentre parlava mi ha portato immediatamente a fare un confronto con me stesso. Mentre raccontava, io mentalmente mi appuntavo situazioni vissute e rivissute, seppure in tono minore. A confronto, le mie sembravano passeggiate, le sue erano scalate, ma questo non toglie che ognuno viva le proprie situazioni con il massimo impegno, con il proprio carico, con la propria responsabilità. E lì ho pensato che il ruolo di un coach non si possa fermare alle domande banali, da manuale, da “ti mostro cosa so fare perché l’ho appreso”. Il coach, a mio modo di vedere, deve sapersi emozionare davanti al proprio lavoro come se fosse ancora la prima volta, ma in maniera concreta. Non una passione raccontata, ma una passione dimostrata.

Io non voglio perdere quella passione che giornalmente mi accompagna. E qui non servono parole, servono fatti. Perché se poi i fatti vengono a mancare, tutto si disperde nell’aria come cenere di quello che si è bruciato per arrivare fino a lì. Ed è un po’ quel sentimento che ho provato mentre ascoltavo e mentre, dentro di me, creavo un confronto con me stesso: critico, sincero, onesto, ma fottutamente reale.

Il secondo momento l’ho vissuto grazie all’enorme competenza e alla passione che Daniela Farina mette nei suoi interventi. Mi ha fatto riflettere su una parola che tante volte diventa scontata, ma che a mio modo di vedere viene ancora prima della definizione degli obiettivi e dei risultati: la visione.

La visione può essere interpretata come una visione d’insieme, la capacità di collegare elementi diversi, di tenere insieme competenze trasversali, di guardare le cose a 360 gradi. E attenzione, non significa essere tuttologi. Anzi, lo dico per quelli che magari sostengono che io sia un tuttologo: in verità io non so nulla. Io so tutto quello che desidero imparare. È diverso. Questa mia grande curiosità verso le cose mi porta a collegare situazioni, persone, contesti, esperienze, e a creare ponti che poi possono essere approfonditi.

Credo che questa mia abilità abbia radici anche nei miei nove mesi di vita vissuta a Firenze, dove sono arrivato senza conoscere nessuno e da dove me ne sono andato con tanti bei ricordi, tanti confronti e un grande amico che ancora oggi mi porto con me. In qualche modo ci siamo visti crescere a distanza, in due ambiti totalmente diversi ma forse non così lontani. In quel periodo il mio soprannome era “l’Ariete Cristiano”, perché dove mi mettevi io in qualche modo conoscevo, incontravo, aprivo conversazioni e non mi tiravo mai indietro.

Questa cosa mi ha permesso di creare interconnessioni tra le persone, e ho adorato quel periodo perché da ciascuno rubavo una fetta di mestiere. Da ciascuno imparavo. Solo che all’epoca non sapevo ancora confrontarmi davvero, e quindi tante cose che imparavo poi le buttavo via in men che non si dica. Oggi invece sento di aver raggiunto un valore in più: quei ponti non li creo solo fuori, tra le persone, ma anche dentro di me, mentalmente.

E infatti, mentre si parlava di business coaching, ho messo la parola visione di fianco a un concetto che mi è venuto spontaneo collegare: il ciclo di vita della consapevolezza. Ho preso spunto da qualcosa che avevo imparato tanti anni fa sul ciclo di vita di un prodotto o di un servizio, e da lì ho aperto una discussione mentale con me stesso: su cosa potrebbe concentrarsi questo ciclo di vita della consapevolezza? In che modo potrebbe diventare uno strumento da usare in una fase di business coaching? In che modo potrebbe aiutare a leggere meglio il percorso di una persona, di un manager, di un team o di un’organizzazione?

Perché il business coaching, secondo me, si differenzia da altre tipologie di coaching anche per il suo carattere più diretto, più concreto, più da interlocutore a interlocutore. Non significa snaturare il coaching, ma riconoscere che ci sono contesti in cui il tempo pesa, le decisioni pesano, le responsabilità pesano, e il confronto deve avere un valore reale. Non puoi stare lì a recitare il ruolo. Non puoi limitarti a fare la domanda bella, quella imparata, quella che suona bene. Devi stare dentro la relazione con presenza, con ascolto, con competenza e anche con il coraggio di non fingere.

Una volta una persona mi disse una cosa che mi è rimasta impressa: “Io non sono qui a farmi prendere per i fondelli da nessuno. O perdiamo tempo insieme, o facciamo sì che questo tempo che trascorriamo ci arricchisca entrambi”. Lui pensava al fatturato, io pensavo a rubargli bonariamente il suo lavoro. Ed è forse anche questo il bello del confronto: quando è vero, non è mai a senso unico. Qualcuno porta qualcosa, qualcun altro prende qualcosa, ma nel mezzo succede altro. Si crea un passaggio, una connessione, una possibilità.

E allora torno da dove sono partito. La formazione è fondamentale, certo. Ti dà struttura, ti dà metodo, ti dà strumenti, ti permette di dare ordine alle cose. Ma ci sono competenze che si formano davvero solo nel contatto con gli altri, dentro la fatica di ascoltare, dentro la disponibilità a non sentirsi sempre confermati, dentro la capacità di accettare che una prospettiva diversa non sia per forza un attacco.

Il confronto ti mette davanti all’altro, ma soprattutto ti mette davanti a te stesso. Ti chiede quanto sei disposto ad ascoltare, quanto sei disposto a cambiare prospettiva, quanto sei disposto a non vivere ogni differenza come un giudizio. Ti chiede se quello che dici di aver imparato è diventato davvero parte di te, oppure se è rimasto solo una bella frase da usare quando serve.

Perché alla fine non basta sapere. Bisogna saper stare. Stare nella domanda, stare nell’ascolto, stare nella differenza, stare anche nella fatica di un confronto che non sempre ti dà ragione, ma che proprio per questo può insegnarti qualcosa.

E forse oggi posso dire questo: non ho imparato ad amare il confronto perché è diventato semplice. Ho imparato a dargli valore perché ho capito che, quando è autentico, può essere una delle forme più potenti di apprendimento.

E anche una delle più umane.

Riferimenti istituzionali
AICP · Associazione Italiana Coach Professionisti

Riferimento istituzionale per il contesto associativo citato nell’articolo: comunità professionale, confronto, formazione continua e crescita del coaching.

Approfondisci sul sito AICP

Coaching Club AICP

Il riferimento ai Coaching Club è collegato al valore del confronto territoriale tra professionisti, casi, autocasi, esperienza e apprendimento condiviso.

Visita il sito AICP

The Sliding Path

Questo articolo inserisce il confronto dentro un percorso di consapevolezza, visione, decisione e azione concreta.

Esercizio finale | Misurare il ciclo di vita della consapevolezza

Un esercizio pratico per capire in quale punto si trova una consapevolezza nata dal confronto: esposizione, risonanza, comprensione, scelta, azione e verifica.

Fase 1 Misura il ciclo.
Fase 2 Leggi l’indice e condividi.
Fase 3 Trasforma in azione.
Fase 1 · Ciclo di vita della consapevolezza

Da dove nasce questa consapevolezza e quanto è già diventata reale?

Per ogni passaggio assegna un valore da 1 a 5. Non è un test clinico e non vuole darti un’etichetta: serve a fotografare quanto una consapevolezza, nata magari da un confronto, è già entrata nella tua esperienza concreta.

1 · Esposizione al confronto
2 · Risonanza interna
3 · Comprensione
4 · Scelta
5 · Azione
6 · Verifica e integrazione
Una consapevolezza non nasce quando dici “ho capito”. Nasce quando ciò che hai capito modifica almeno un gesto, una scelta o una conversazione.
Indice non ancora calcolato.
Privacy first: cosa significa per noi

Questo esercizio nasce per proteggere prima di tutto la tua libertà. Le risposte vengono salvate sul tuo dispositivo, nel browser, e non vengono inviate automaticamente.

Sei tu a scegliere se scaricarle, stamparle, copiarle, condividerle via WhatsApp, inviarle via email o mandarle direttamente a noi.

Stato: non salvato

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Uno spazio semplice, per non evitare il confronto

Non serve arrivare con una risposta definitiva. A volte basta riconoscere che una domanda merita più tempo, più presenza, più ascolto e meno automatismo.

Il confronto non è una gara. È scegliere di restare dentro una prospettiva diversa senza sentirsi immediatamente sotto attacco.

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Il confronto non chiude una risposta.
La apre.
E quando una consapevolezza diventa azione, forse lì comincia davvero il cambiamento.

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