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Superficialità

di Cristiano Merizzi The Sliding Blog The Sliding Path Pubblicato il 13 aprile 2026 Aggiornato il 13 aprile 2026

Da tempo mi sono messo in testa di portare avanti questo percorso, puntata dopo puntata, per esplorare il mondo del coaching attraverso ciò che ho imparato negli ultimi anni: le mie esperienze, le mie riflessioni e le mie opinioni personali. Opinioni che possono essere condivise oppure no, ma che nascono sempre da un intento sincero e diretto.

Tra queste, ce n’è una che mi porto dietro da molti anni e che finalmente, nel contesto giusto e attraverso il canale giusto, sento di poter esprimere fino in fondo.

È una parola che può diventare descrittiva, che può aprire a diverse riflessioni.

E se sei arrivato fino a qui nella lettura, allora sì, mi fa piacere.

Per provare a osservare meglio la superficialità, credo sia utile non fermarsi alla definizione della parola, ma guardarla dentro gli ambiti in cui si manifesta più spesso.

Per questo voglio suddividerla in alcuni contesti concreti, quelli che più facilmente incontriamo nella vita di tutti i giorni: nel lavoro, nell’approccio allo studio, nello sport e, più in generale, nelle scelte che facciamo quasi senza accorgercene.

Nel lavoro

La superficialità nel lavoro si vede quando si fanno le cose tanto per farle, quando conta più apparire produttivi che esserlo davvero. Si manifesta nella fretta, nell’attenzione messa solo a metà, nella mancanza di cura per i dettagli, ma anche nell’abitudine a giudicare situazioni, colleghi o risultati senza averli davvero compresi.

Nell’approccio allo studio

Nello studio, la superficialità emerge quando si cerca solo di memorizzare senza comprendere, quando l’obiettivo diventa “finire” invece che imparare. È quell’atteggiamento per cui si rincorre la risposta veloce, la sintesi immediata, il risultato minimo, perdendo però il valore del ragionamento, della profondità e del tempo necessario per capire davvero.

Nello sport

Anche nello sport la superficialità è presente. Si vede quando ci si concentra solo sul risultato finale, sulla prestazione da mostrare, sull’estetica del gesto o sull’immagine da comunicare, dimenticando il percorso, la disciplina, la costanza e il rispetto dei tempi di crescita. In questo caso, la superficialità rischia di svuotare lo sport del suo significato più autentico.

Perché, in fondo, la parola chiave è proprio questa:
su-per-fi-cia-li-tà.

Ebbene sì, da tempo volevo affrontare questo tema.

E mi sono chiesto: che cos’è davvero la superficialità, se la osservo dall’esterno?
E soprattutto: in quali contesti la noto più spesso?

E allora forse il punto non è soltanto riconoscere dove la superficialità si manifesta, ma capire perché ci attrae così tanto.
Perché ci rassicura.
Perché ci permette di restare fuori dalle domande scomode, da quelle che chiedono tempo, presenza e verità.

Da dove nasce davvero questa superficialità

Se oggi siamo diventati più superficiali, non è successo per caso.

È un sistema.

I social, la televisione, il marketing — tutto spinge verso la velocità, verso l’impatto immediato, verso il risultato rapido.

Scrolli.
Consumi.
Passi oltre.

Tre secondi.
Cinque al massimo.

E se non catturi l’attenzione, sei fuori.

Non perché non hai valore.
Ma perché non sei abbastanza veloce.

La televisione ha iniziato questo processo anni fa, semplificando tutto.
I social lo hanno amplificato.
Il marketing lo ha perfezionato.

E oggi siamo arrivati al punto in cui la profondità è diventata un rischio.

Perché richiede tempo.
E il tempo non vende.

Crediti Immagine: Ezio Gutzemberg – stock.adobe.com – N. file: 688063410
Licenza Standard (link)

Ho scelto questa immagine perché racconta un gesto diventato ormai automatico: “mi piace”, “non mi piace”, qualche emoji nel mezzo per misurare il sentiment… o forse, più semplicemente, tutto hype?

E poi è arrivata l’intelligenza artificiale

E qui entra un tema ancora più delicato.

L’intelligenza artificiale.

Strumento incredibile.
Potentissimo.
Se usato bene, può aumentare la produttività, velocizzare processi, aiutare a organizzare il pensiero.

Ma c’è un problema.

Se la usi con superficialità,
ti rende superficiale.

Perché ti abitua alla risposta pronta.
Alla sintesi immediata.
Alla soluzione senza fatica.

E questo è pericoloso.

Perché l’AI può aiutarti a scrivere, a pensare, a costruire.
Ma non può sostituire ciò che sei.

Non può sostituire:
la tua esperienza
il tuo vissuto
il tuo modo di sentire
la tua profondità

E soprattutto, non può sostituire il confronto umano.

Quando la tecnologia diventa un rifugio

E questo non è solo un pensiero teorico.

Ad agosto 2025, la Repubblica ha pubblicato articoli che hanno fatto riflettere:

27 agosto 2025 – “Suicida negli Usa un ragazzo di 16 anni. ChatGPT era il suo migliore amico”

28 agosto 2025 – “Suicidi e intelligenza artificiale: ChatGPT può essere ritenuta responsabile?”

Il tema non è la tecnologia in sé.

Il tema è come viene utilizzata.

In questi casi si parla di persone.
Persone fragili.
Persone sole.
Persone che hanno trovato nello strumento qualcosa che sembrava una risposta.

E qui sta il punto.

Non è l’intelligenza artificiale il problema.

È quando diventa un sostituto.
È quando diventa un rifugio.
È quando smettiamo di cercare profondità nelle relazioni reali e iniziamo a cercarla in uno strumento.

Il rischio più grande

Il rischio non è usare l’AI.

Il rischio è usarla per evitare.

E allora sì, chi cerca scorciatoie, chi cerca il successo veloce, chi vuole arrivare senza passare dal percorso… può usare questi strumenti.

Ma se lo fa con superficialità,
rischia qualcosa di molto più grande:

essere inghiottito dalla profondità dello strumento stesso.

Perché più deleghi il pensiero,
meno pensi.

E meno pensi,
meno sei.

Se penso alla profondità, non posso non fare un passo indietro.

Quando ero ragazzo, ero affascinato dal mondo della filosofia. Ricordo ancora quando qualcuno mi chiedeva: “Ma tu come ti senti?”
E io rispondevo, quasi con orgoglio: cartesiano… e un po’ anche kantiano.

Da una parte il valore della concretezza, del dubbio, della ricerca della verità. Dall’altra il rispetto, il senso del limite, la responsabilità delle proprie azioni.

Poi, quando si arrivava a parlare di Karl Marx, succedeva sempre qualcosa di interessante: veniva immediatamente ridotto alla sua dimensione politica, dimenticando completamente quella filosofica.

Come se fosse impossibile apprezzarne il pensiero senza essere etichettati.

Forse sarebbe anche il momento di superare questa semplificazione: apprezzare Marx non significa essere comunisti, così come criticarlo non significa rifiutarne ogni intuizione. Anche perché molte delle sue idee sono state trasformate, reinterpretate e, in alcuni casi, distorte nel tempo.

Ma il punto non è fare politica.
Il punto è un altro.

Questo è profondità.
Affrontare un tema con il giusto tono, con il tempo necessario, senza ridurlo a una semplificazione comoda.

Tra le tante riflessioni di Marx, ce n’è una che mi ha sempre colpito: l’idea che la religione sia, in qualche modo, un “oppio del popolo”. Non come critica superficiale, ma come tentativo di spiegare un bisogno umano profondo.

Perché, alla fine, c’è una cosa che accomuna tutti.

Tu che stai leggendo.
Io che sto scrivendo.
Tutti.

Abbiamo una paura enorme: la morte.

Prima o poi ce lo siamo chiesti:
Cosa succederà dopo?
Come finirà?
Cosa accadrà in quell’istante?

E allora la fede, la religione, il credere in qualcosa, diventa anche un modo per convivere con questa paura. Per darle un senso. Per non restarne schiacciati.

Ecco.

Oggi, a mio avviso, la superficialità funziona in modo molto simile.

È una forma di difesa.

È la paura — forte, a volte fortissima — di scoprirsi davvero.
La paura di mettersi a nudo.
La paura che ciò che siamo, ciò che facciamo, ciò che creiamo, possa essere giudicato, frainteso, etichettato.

Come se avessimo costantemente un mirino puntato addosso, con una sola parola scritta sopra: loser.

È una paura che conosco bene.
Mi ha accompagnato per anni.

Ma negli ultimi tre anni, grazie al mio percorso, ho deciso di affrontarla.

E oggi posso dirlo: la profondità non mi fa più paura.

Mi spaventa molto di più l’assenza di consapevolezza.

Mi spaventa pensare a quante persone, probabilmente, si sono fermate alle prime righe di questo testo.
Non per mancanza di capacità, ma per abitudine.

“Troppo lungo.”
“Troppo complesso.”
“Non ho tempo.”

E allora torniamo al punto.

Oggi o crei contenuti da tre secondi su TikTok,
o trovi il gancio perfetto su Instagram.

Altrimenti rischi di perdere attenzione.

Rischi di perdere visibilità.

Rischi di perdere… superficialità.

Perché sì, oggi sembra quasi così:
o perdi profondità, o vinci superficialità.

E se sei arrivato fino a qui,
davvero —

grazie.

Perché hai fatto una scelta diversa.
Hai scelto di restare.
Hai scelto di andare un po’ più a fondo.

Fonti autorevoli
la Repubblica — 27 agosto 2025

“Suicida negli Usa un ragazzo di 16 anni. ChatGPT era il suo migliore amico”
https://www.repubblica.it/tecnologia/2025/08/27/news/suicida_negli_usa_un_ragazzo_di_16_anni_chatgpt_era_il_suo_migliore_amico-424810438/

la Repubblica — 28 agosto 2025

“Suicidi e intelligenza artificiale: ChatGPT può essere ritenuta responsabile?”
https://www.repubblica.it/tecnologia/2025/08/28/news/suicidi_e_intelligenza_artificiale_chatgpt_puo_essere_ritenuta_responsabile-424812217/

Questo articolo non vuole chiudere il discorso.
Vuole aprirlo.
Perché quando si parla di superficialità, in fondo, si sta sempre parlando del coraggio — o della paura — di restare davvero profondi.

Esercizio | Dove sto restando in superficie?

Un piccolo passaggio per portare più consapevolezza, autenticità e presenza in ciò che stai vivendo.

La superficialità non è sempre distrazione. A volte è protezione, abitudine o velocità.

Non si tratta di giudicarti. Si tratta di vedere dove non stai davvero guardando.

1) Porta attenzione a una situazione recente

2) In che modo sei rimasto in superficie?

3) Se fossi più presente, cosa vedresti di diverso?

Non serve trovare la risposta perfetta. Serve iniziare a guardare con più verità.

Stato: non salvato

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