Periodo
Una riflessione su una parola che usiamo continuamente per racchiudere ciò che viviamo: periodo. Ma chi ne stabilisce davvero il significato: gli eventi, la nostra prima reazione o ciò che scegliamo di fare dopo?
A volte non è ciò che accade a definire un periodo. È il significato che scegliamo di attribuirgli.
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Nei giorni scorsi, in uno di quei pochi istanti in cui tutto sembrava essersi fermato e non si muoveva nemmeno una foglia, ero sdraiato a riflettere.
Pensavo ai passi da compiere nel breve periodo, alle assunzioni che prevediamo di fare, alle persone che entreranno a far parte dei nostri progetti e, inevitabilmente, al budget che dovremo stanziare per permettere a tutto questo di prendere forma.
E proprio così, quasi dal nulla, una parola è diventata improvvisamente potente.
Sfido chiunque a dire il contrario: quante volte, senza nemmeno accorgercene, questa parola è uscita dalla nostra bocca?
Che periodo intenso.
Che periodo di merda.
Che periodo di quiete.
Non vedo l’ora che passi questo periodo.
La utilizziamo continuamente per racchiudere giorni, settimane, mesi e, a volte, persino anni dentro una definizione. Come se bastasse una parola per mettere un confine intorno a ciò che stiamo vivendo.
Quando il momento diventa un’etichetta
Ed è proprio da qui che è nata la mia riflessione: quanto siamo davvero capaci di vivere il momento senza avere la necessità di trasformarlo immediatamente in un periodo?
Non ho bisogno di guardare a un passato lontano per cercare una risposta. Mi basta pensare a quello più recente.
Se oggi sommo alcuni dei problemi che abbiamo affrontato negli ultimi tempi, quasi mi viene da sorridere.
Oggi.
Perché mentre li vivevo, naturalmente, non sorridevo affatto.
Eppure proprio quei problemi mi hanno insegnato qualcosa. Forse più di quanto avrei voluto imparare e sicuramente in modi che non avevo previsto.
Mi hanno costretto a farmi una domanda: come possiamo reagire davanti all’inevitabile?
Come possiamo comportarci davanti a qualcosa che è completamente al di fuori del nostro controllo? E, soprattutto, come possiamo evitare di farci schiacciare dal periodo?
Rallentare non significa essere fermi
Sì, è vero. Abbiamo dovuto mettere in stand-by alcuni progetti. Abbiamo dovuto modificare programmi, cambiare priorità, rallentare dove avremmo voluto accelerare.
Ma fa parte del gioco.
E sapremo recuperare.
In questi mesi abbiamo scelto di raccontare la nostra visione e il progetto che sta prendendo forma attraverso una serie di episodi pubblicati sul nostro canale YouTube. Non soltanto il risultato finale, ma anche i passaggi, le decisioni, i cambiamenti e tutto ciò che rende reale un percorso quando è ancora in costruzione.
La nostra visione, il nostro progetto, il percorso.
Guarda la playlist completa con gli episodi che raccontano la nascita e l’evoluzione dello Sliding Moment Lab.
La vera domanda, però, è un’altra.
È un arco di tempo che definiamo noi? Oppure è un arco di tempo definito da fattori esterni a noi, ai quali noi semplicemente reagiamo?
Perché forse non sono i giorni a stabilire se stiamo vivendo un buon periodo o un cattivo periodo. Forse siamo noi a prendere una serie di eventi, unirli tra loro e attribuire loro un significato.
Un’etichetta. Un nome. Un periodo, appunto.
Azione, reazione e memoria
Nei giorni scorsi mi è capitato di ascoltare diversi interventi one shot sul tema dell’azione e della reazione.
E una cosa mi ha colpito particolarmente: tendiamo molto più facilmente a ricordare e a marcare la reazione rispetto all’azione che l’ha generata.
È impressionante, se ci pensiamo.
Un’azione può durare pochi secondi. Una parola detta. Una decisione presa. Un imprevisto. Un comportamento. Un evento che non avevamo previsto.
Ma la nostra reazione può accompagnarci per giorni, settimane, mesi. Può diventare il modo in cui raccontiamo ciò che è successo. Può diventare il modo in cui ci sentiamo. Può diventare, appunto, un periodo.
Ed è qui che azione, reazione e periodo iniziano a intrecciarsi.
Un problema di un giorno può diventare un brutto periodo di sei mesi.
Una porta che si chiude può trasformarsi nella convinzione che nulla stia andando nella direzione giusta.
Un rallentamento può farci credere di essere fermi.
Ma siamo davvero fermi? Oppure stiamo semplicemente attraversando qualcosa?
Attraversare un periodo senza esserne schiacciati
Ed ecco allora che torno a quella parola.
Periodo.
Una parola apparentemente innocua che utilizziamo per definire il tempo, ma che spesso finisce per definire noi.
Forse non possiamo scegliere tutte le azioni che ci colpiscono. Non possiamo controllare ogni imprevisto, ogni difficoltà, ogni cambiamento di programma.
Ma possiamo lavorare sulla nostra reazione.
E forse proprio lì si trova il confine tra attraversare un periodo e permettere a quel periodo di attraversare noi, lasciandoci immobili.
Non significa negare le difficoltà. Non significa ripetersi che va tutto bene quando non è vero.
Significa riconoscere ciò che sta accadendo senza consegnargli automaticamente il potere di decidere chi siamo, cosa possiamo fare e dove possiamo ancora arrivare.
Perché un progetto può essere messo in stand-by senza essere abbandonato.
Un percorso può rallentare senza essere finito.
Una direzione può cambiare senza significare che ci siamo persi.
Chi sta scegliendo la parola?
E allora forse la domanda con cui voglio lasciare aperta questa riflessione non è:
Che periodo stai vivendo?
Ma qualcosa di diverso.
In che modo vuoi definirlo?
Attraverso ciò che ti è accaduto? Attraverso la tua prima reazione? Oppure attraverso quello che deciderai di fare dopo?
Perché forse un periodo non è soltanto un arco di tempo.
Forse è lo spazio che esiste tra ciò che accade e ciò che scegliamo di farne.
I periodi possono suscitare emozioni opposte
È anche vero che i periodi possono suscitare emozioni apparentemente contraddittorie.
Da una parte mi dico: non vedo l’ora che questo periodo termini.
Dall’altra, però, so che tutto ciò che sto provando oggi, un giorno, potrebbe mancarmi.
Il nodo allo stomaco. L’agitazione. Le preoccupazioni. Quelle sensazioni che oggi avverto come parte di me e che, a volte, vorrei soltanto riuscire a spegnere.
So che un giorno potrebbero mancarmi, perché ciò che sto vivendo fa parte del gioco di chi ha deciso di mettersi in gioco davvero e di mettere in gioco tanto.
Non è soltanto fatica. È il segnale che qualcosa si sta muovendo, che una visione sta cercando spazio nella realtà e che, per darle forma, abbiamo accettato anche l’incertezza, il rischio e la responsabilità.
Torneremo a pubblicare regolarmente e con continuità. Ma anche questa pausa, questo rallentamento e tutto ciò che stiamo attraversando fanno parte del racconto.
E in quello spazio, molto spesso, inizia il cambiamento.
Ciò che è realmente accaduto, prima delle interpretazioni, delle etichette e del racconto che costruiamo intorno agli eventi.
Il modo in cui abbiamo risposto a ciò che è successo e lo spazio che quella risposta continua a occupare nel presente.
La possibilità di decidere che cosa fare adesso, senza negare il passato e senza permettergli di definire tutto il futuro.
The Sliding Exercise | Dai un altro nome al tuo periodo
Un esercizio pratico per separare i fatti dalle reazioni, riconoscere ciò che puoi controllare e scegliere con quale parola raccontare ciò che stai attraversando.
Quanto il periodo ti sta definendo?
Per ogni passaggio assegna un valore da 1 a 5. Non è un test clinico: è una fotografia del modo in cui stai leggendo e attraversando questo momento.
Stato della rilettura: —
Area da rinforzare: —
Generato il: —
Osserva il risultato senza trasformarlo in un giudizio
L’area con il valore più basso non è un difetto: indica il punto nel quale una domanda può diventare più utile. Puoi condividere il report con una persona di fiducia o inviarlo a te stesso.
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Uno spazio semplice, per dare un nome a ciò che stai attraversando
Non serve arrivare con una risposta definitiva. A volte basta riconoscere che una domanda merita più tempo, più presenza, più ascolto e meno automatismo.
Se preferisci un contatto diretto, puoi anche scegliere una di queste strade.
