Giansandro Ogliari: il coaching come ricerca sul funzionamento umano
Oggi abbiamo il grande privilegio di incontrare Giansandro Ogliari, coach, formatore, consulente, fondatore di MCH – Ecosistema del Funzionamento Umano e responsabile del Coaching Club Lombardia.
Oggi abbiamo il grande privilegio di incontrare Giansandro Ogliari, coach, formatore, consulente, fondatore di MCH – Ecosistema del Funzionamento Umano e responsabile del Coaching Club Lombardia.
Ho avuto il piacere di conoscere Giansandro nel mio percorso di avvicinamento al mondo del coaching. Un percorso che, negli ultimi anni, non si è limitato alla pratica, ma mi ha portato anche a studiare le dinamiche di questa professione, la presenza sul territorio delle associazioni, i diversi approcci, le comunità e le persone che contribuiscono ogni giorno a dare forma e dignità a questo mestiere.
Non vorrei sembrare troppo presuntuoso, ma chi mi conosce sa che raramente lascio qualcosa al caso. Vivo da sempre una sorta di lotta continua tra la navigazione a vista e quella più pilotata, direzionata, costruita con intenzione. E forse proprio dentro questa tensione, tra intuizione e metodo, dopo diversi mesi di osservazione e ricerca, mi sono avvicinato al mondo AICP – Associazione Italiana Coach Professionisti.
Se questo avvicinamento è avvenuto in modo naturale e significativo, lo devo anche a Giansandro. Nel suo modo di rappresentare il Coaching Club Lombardia ho riconosciuto qualcosa che va oltre il ruolo: una presenza, una cura, una visione della comunità professionale come spazio di incontro, crescita e responsabilità.
Ma ciò che più mi ha colpito nel dialogo con lui è stata la sua idea di coaching. Non un insieme di tecniche, non una sequenza di domande, non una semplice spinta verso un obiettivo. Per Giansandro il coaching è prima di tutto un modo per comprendere l’essere umano: come funziona, come cambia, come si blocca, come ritrova movimento, possibilità e senso.
Nell’intervista, Giansandro si racconta innanzitutto come uomo. Prima ancora che coach, formatore o fondatore di una scuola, si definisce padre e, da poco, orgogliosamente nonno. Il tratto che sembra attraversare tutta la sua storia è la curiosità: quella spinta a cercare, osservare, collegare, sperimentare. Più che “innovatore”, parola che lui stesso sente forse un po’ presuntuosa, Giansandro si riconosce nella figura dello scopritore: una persona che non si accontenta della prima risposta e che prova a vedere, dietro ogni metodo o competenza, qualcosa di più profondo.
La sua sliding door più significativa è la nascita di Alberto, il suo secondo figlio, nato con una disabilità legata a una malattia genetica rarissima. Giansandro racconta Alberto non solo come figlio, ma come maestro. La sua nascita lo ha costretto a fermarsi, a cambiare prospettiva, a cercare un senso più vero. Da lì è iniziato un percorso di ascolto, presenza, pazienza e relazione che avrebbe poi influenzato profondamente anche il suo modo di accompagnare le persone.
Il suo arrivo al coaching non è stato immediato. È stato piuttosto il risultato di una lunga ricerca: Reiki, Shiatsu, naturopatia, medicina cinese, mindfulness, neuroscienze, psicologia positiva, fino al Neuro Agility Profile. Tutti questi passaggi hanno contribuito a costruire uno sguardo integrato sull’essere umano, in cui mente, corpo, emozioni, ambiente, relazioni e pressione non possono essere separati. È da questa integrazione che nasce anche MCH, non solo come progetto professionale, ma come espressione di un modo di stare nel mondo: continuare a cercare, imparare e portare luce in territori che meritano di essere esplorati meglio.
Uno dei passaggi più forti dell’intervista riguarda proprio la mindfulness. Giansandro la indica come l’esperienza che più ha inciso sul suo modo di intendere ascolto, presenza e relazione. Un percorso intenso, fatto anche di silenzi, in cui l’unica persona che si poteva davvero ascoltare era sé stessi. Ed è forse da lì che nasce una delle sue convinzioni più profonde: non si può accompagnare davvero qualcuno se prima non si è disposti a incontrare sé stessi con onestà.
Quando parla del coaching oggi, Giansandro mette subito in luce un fraintendimento ancora molto diffuso: quello del coach inteso come allenatore, motivatore o persona che dà consigli. Per lui il coaching è altro. È una professione seria, fondata su competenze, metodo, etica e responsabilità. Il coach non si sostituisce alla persona, non offre soluzioni preconfezionate, ma accompagna l’altro a vedere meglio ciò che sta vivendo, a riconoscere risorse, interferenze e possibilità di azione.
In un tempo che cerca risposte rapide, Giansandro richiama il valore delle domande profonde. Non domande che complicano, ma domande che interrompono l’automatismo. Perché nei sistemi complessi non basta trovare la soluzione più veloce: occorre chiedersi da quale stato interno stiamo cercando quella soluzione. Stiamo scegliendo davvero o stiamo solo reagendo? Stiamo rispondendo per presenza o per automatismo?
Da qui emerge con forza il dialogo tra coaching, neuroscienze e consapevolezza. Per cambiare non basta sapere cosa fare. Prima di ogni comportamento ci sono percezioni, emozioni, significati, corpo, contesto, pressione e abitudini. Le neuroscienze aiutano a vedere meglio il processo che precede l’azione; la consapevolezza permette di creare spazio tra stimolo e risposta. Ed è proprio in quello spazio che, secondo Giansandro, può nascere un cambiamento più autentico.
La trasformazione personale, per lui, non avviene solo quando si comprende, né solo quando si sente, né solo quando si agisce. Avviene quando queste tre dimensioni iniziano a dialogare: comprensione, ascolto profondo e azione. La consapevolezza non è semplicemente capire qualcosa di sé, ma accorgersi di sé mentre si vive.
Molto bella è anche la parte in cui Giansandro racconta come riconosce il momento in cui una persona inizia davvero a cambiare. Non sempre si tratta di grandi svolte o decisioni definitive. A volte sono piccoli segnali: una finestra che si apre, un sorriso, una frase diversa, la possibilità di guardarsi con meno rigidità. Per lui il cambiamento si manifesta quando una persona non si sente più bloccata dentro la propria storia e comincia a vedere una possibilità nuova per sé.
Il coaching, racconta, ha trasformato anche lui. Gli ha insegnato che non si finisce mai di imparare. In aula, dice, chi ascolta sente una persona sola; lui, invece, ascolta dieci, venti, cinquanta, a volte cento persone. E ogni persona porta una domanda, una fragilità, una resistenza, un modo diverso di guardare la vita. Se si ascolta davvero, anche chi accompagna viene trasformato.
Guardando al 2026, Giansandro vede per il coaching una sfida importante: diventare sempre più una professione riconosciuta, seria, capace di evolvere senza perdere le proprie radici. L’intelligenza artificiale potrà essere un grande alleato nello studio, nella ricerca e nell’organizzazione delle idee, ma non potrà sostituire la relazione, la presenza, l’ascolto e la componente profondamente umana dell’accompagnamento.
Un altro tema centrale riguarda i bambini e i ragazzi. Giansandro invita a non confondere l’apertura con la direzione. Nelle prime fasi della crescita non si tratta di dire a un bambino cosa dovrà diventare, ma di offrirgli esperienze, linguaggi, possibilità. Il compito degli adulti non è anticipare la strada, ma allargare il paesaggio in cui ciascuno potrà riconoscerla.
Infine, parlando del suo percorso nel Coaching Club Lombardia, Giansandro corregge con precisione il tema del ruolo: più che di presidenza, preferisce parlare di responsabilità all’interno di una comunità professionale. Una responsabilità vissuta con gratitudine, con il desiderio di aver contribuito a creare uno spazio serio, umano e aperto, dove il coaching potesse essere non solo raccontato, ma praticato, interrogato e vissuto.
Il messaggio che lascia alla comunità dei coach è semplice e potente: continuare a credere nei coach che stanno arrivando. Avere cura dei nuovi professionisti, senza spegnere il loro entusiasmo. Aiutarli a crescere, studiare, formarsi, diventare seri ed etici, ma senza togliere quella luce iniziale che spesso accompagna chi sente di aver trovato una strada.
In fondo, questa intervista restituisce l’immagine di un uomo prima ancora che di un professionista: un ricercatore, uno scopritore, una persona che continua a interrogarsi sul senso, sulla relazione, sul cambiamento e sul funzionamento umano.
Grazie Giansandro, per il tempo, la profondità e la generosità con cui hai condiviso il tuo percorso.
Di seguito trovate una sintesi dell’intervista. In fondo, in una sezione dedicata e nascosta, sarà disponibile anche la versione integrale. Prossimamente avremo inoltre il piacere di incontrare nuovamente Giansandro anche su YouTube.
Sliding Exercise | Dal funzionamento automatico alla presenza
Un esercizio in tre fasi ispirato all’incontro con Giansandro Ogliari: osservare una situazione reale, interrompere l’automatismo e scegliere un micro-passo più consapevole.
Che cosa succede prima della risposta?
Parti da una situazione concreta in cui senti pressione, urgenza o automatismo. Non cercare subito la soluzione: prova prima a osservare che cosa accade dentro di te mentre stai per rispondere. Per generare la domanda profonda servono almeno 20 caratteri per ciascuna risposta.
Interrompere l’automatismo
La domanda non serve a complicare la scelta. Serve a creare uno spazio tra ciò che accade e il modo in cui rispondi. Copiala, salvala o portala con te nella situazione concreta.
Una risposta più presente
Scegli un gesto piccolo, concreto e verificabile. Non deve risolvere tutto: deve solo aiutarti a rispondere con più presenza.
Salvalo, copialo o riportalo su un foglio. L’esercizio ha valore solo se torna nella vita reale.
Privacy first: cosa significa per noi
Questo esercizio nasce per proteggere prima di tutto la tua libertà. Le risposte restano nel browser dell’utente e non vengono inviate automaticamente a The Sliding Blog.
Sei tu a scegliere se copiarle, salvarle, scaricarle, stamparle o condividerle.
Per seguire il lavoro di Giansandro Ogliari e approfondire il mondo MCH.
Qui trovi i riferimenti principali per entrare in contatto con Giansandro e scoprire MCH – Ecosistema del Funzionamento Umano.
Leggi l’intervista integrale a Giansandro Ogliari
Uscita pubblicazione: Giovedì 11 Giugno 2026
17 domande per Giansandro Ogliari — Sliding Doors Experience
La persona dietro il coach
1. Chi è Giansandro Ogliari al di là del ruolo di coach, formatore, consulente e fondatore di MCH – Ecosistema del Funzionamento Umano?
Mi verrebbe da dire, oggi, prima di tutto, papà e orgogliosamente nonno. Da pochi giorni. E quindi dal punto di vista personale ed umano, realizzato. .
La curiosità è sempre stata una delle mie spinte più forti. Mi è sempre piaciuto andare a cercare qualcosa di nuovo, anche dentro mondi che sembravano già definiti, già conosciuti, già “sistemati”. È successo nel coaching, dove ho sempre sentito il bisogno di non limitarmi a ripetere modelli esistenti, ma di provare a portarci dentro uno sguardo diverso. Più umano. Più integrato. Più vicino a come le persone funzionano davvero nelle situazioni reali.
Ma questa attitudine non nasce oggi.
Quando sono uscito da Fininvest, alla fine del 1990, dopo dieci anni di lavoro, ho aperto una mia concessionaria di pubblicità. E la prima cosa che ho fatto è stata cercare testate straniere per proporre alle aziende italiane di comunicare all’estero. Erano testate che molti in Italia nemmeno conoscevano, ma io sentivo già allora che il futuro avrebbe avuto una dimensione più ampia, più internazionale, più aperta.
Poi le cose nella vita possono andare più o meno bene, naturalmente. Ma quella spinta lì c’era già.
La spinta a guardare un po’ più avanti.
A cercare connessioni.
A portare qualcosa di nuovo dentro ciò che esiste già.
Se dovessi scegliere una parola per raccontarmi, forse direi innovatore, anche se è una parola che mi sembra sempre un po’ presuntuosa.
Forse mi riconosco di più nella parola scopritore.
Una persona che cerca, osserva, collega, sperimenta.
Uno che non si accontenta della prima risposta.
Uno che prova a vedere se, dietro a ciò che tutti chiamano “metodo”, “tecnica” o “competenza”, c’è qualcosa di più profondo: il modo in cui l’essere umano funziona, cambia, si blocca, si rimette in movimento.
In fondo credo che MCH nasca proprio da qui.
Non solo da un’idea professionale, ma da un modo di stare nel mondo: continuare a cercare, continuare a imparare, continuare a portare luce in territori che meritano di essere esplorati meglio.
2. Qual è stata una sliding door significativa della tua vita: una scelta, un incontro o un passaggio che ha cambiato la direzione del tuo percorso?
Se devo individuare una sliding door significativa della mia vita, penso alla nascita di Alberto, il mio secondo figlio.Alberto è un ragazzo con una disabilità legata a una malattia genetica rarissima. E io, negli anni, ho sempre sentito che Alberto non è stato solo mio figlio. È stato, ed è ancora, anche un mio maestro.La sua nascita mi ha rimesso in carreggiata.
Mi ha costretto a fermarmi e a guardare la vita da un’altra prospettiva. Fino a quel momento avevo attraversato già esperienze importanti, anche dolorose. Avevo perso mio padre molto presto. E certe perdite, per quanto durissime, in qualche modo sai che fanno parte della vita. La perdita di un genitore, di una madre, di un compagno, di una moglie: prima o poi sai che possono accadere.
Ma la nascita di un figlio con una disabilità non la metti facilmente in conto.Non è qualcosa per cui ti senti preparato.
All’inizio arriva la paura. Arriva lo smarrimento. Arrivano domande che non avevi mai immaginato di doverti fare.Poi, piano piano, alcune domande diventano più profonde.
Una delle mie è stata:
come posso comprendere davvero mio figlio?
E ancora:
come posso comunicare con lui, raggiungerlo, incontrarlo nel suo modo di stare al mondo?
Credo che da lì sia iniziata una parte molto importante del mio percorso.
Forse dentro di me esisteva già una predisposizione a mettermi a disposizione delle persone. Se non ci fosse stata, probabilmente avrei cercato altre strade. Però Alberto ha dato a quella predisposizione una direzione concreta.Mi ha fatto entrare nel mondo della fragilità, della difficoltà, ma anche della semplicità. Mi ha fatto vedere che la vita non è solo controllo, risultato, progetto, prestazione. La vita è anche ascolto, presenza, adattamento, pazienza, relazione.
Non so dire con certezza se questo abbia aiutato anche il mio primo figlio. Lo spero. Credo di sì. Ma sicuramente ha cambiato me.Mi ha portato a cercare strumenti, linguaggi, modi per comprendere meglio l’essere umano. Prima mio figlio. Poi, inevitabilmente, anche le altre persone.
Ripensandoci, nella vita ci sono state tante sliding door: la perdita di mio padre, il divorzio, alcune scelte professionali, alcuni incontri. Ma se devo sceglierne una, scelgo la nascita di Alberto.Perché è stato il momento in cui ho capito che dovevo cambiare vita.Non so se mi abbia dato più coraggio.
Forse mi ha dato qualcosa di ancora più importante:
mi ha obbligato a cercare un senso più vero.
3. Quando hai compreso che il coaching non sarebbe stato soltanto una professione, ma anche un modo di osservare l’essere umano, le sue possibilità e il suo funzionamento nei contesti in cui vive e lavora?
Sono arrivato al coaching lentamente.
Non è stato un passaggio improvviso. È stato quasi il punto di arrivo provvisorio di una ricerca iniziata molto prima, anche se per tanto tempo non sapevo bene dove mi stesse portando.
Prima ho attraversato linguaggi molto diversi dal mio mondo di partenza.Sono diventato Master Reiki, e lì ho iniziato a entrare in contatto con una parola che allora per me era nuova: energia. Poi ho studiato Shiatsu, e attraverso quel percorso ho iniziato a comprendere il corpo, non solo il mio, ma anche quello delle altre persone. Il corpo come luogo di ascolto, come linguaggio, come spazio in cui spesso si esprime ciò che la persona non riesce ancora a dire.
Successivamente ho intrapreso un percorso di naturopatia molto serio e impegnativo. Avevo scelto una scuola che richiedeva ventisei esami per diventare naturopata, una cosa piuttosto rara in Italia. Lì ho avuto anche la fortuna di incontrare insegnanti straordinari, Milena Simeoni, Anna Villarini, il Prof. Berrino, persone di grande cultura e profondità, che mi hanno aperto a visioni nuove della salute, dell’equilibrio e dell’essere umano.
In quegli anni ho studiato molto anche medicina cinese. Per quattro anni mi sono immerso in un modo diverso di leggere la persona: non come insieme di pezzi separati, ma come sistema vivo, fatto di corpo, emozioni, energia, ambiente, relazioni, abitudini.
Non sapevo ancora dove tutto questo mi avrebbe portato. Però sentivo che era una strada da percorrere. Forse perché, come dicevo prima, io sono sempre stato un cercatore. Uno che ha bisogno di capire, collegare, esplorare.
Poi è arrivata la mindfulness.
E quello è stato uno dei percorsi più belli e profondi della mia vita. Ho studiato come istruttore di mindfulness in una scuola di grande riferimento in Italia, con Fabio Giommi e Antonella Commellato. È stato un percorso intenso, trasformativo, che non dimenticherò mai. La mindfulness mi ha messo alla prova sotto molti aspetti. Mi ha insegnato che non si può accompagnare davvero qualcuno se prima non si è disposti a incontrare sé stessi con onestà.
Solo dopo sono diventato coach professionista.
Ma a quel punto il coaching, per me, non poteva più essere semplicemente una tecnica, una sequenza di domande o un metodo per raggiungere obiettivi.
Era già diventato un modo di osservare l’essere umano.
Poi mi sono innamorato delle neuroscienze, in particolare delle neuroscienze applicate all’educazione. Ho iniziato a studiare come funziona il cervello, come apprendiamo, come reagiamo allo stress, come prendiamo decisioni, come costruiamo abitudini e possibilità.
Da lì è arrivata anche la psicologia positiva, quando in Italia era ancora poco diffusa. Mi interessava capire non solo cosa blocca una persona, ma anche cosa la fa fiorire: i talenti, le risorse, il significato, il flow, la possibilità di funzionare meglio senza tradire sé stessa.
Infine, grazie a un incontro importante, sono entrato in contatto con il Neuro Agility Profile, collegato all’Università di Pretoria, e sono diventato NAP Practitioner e Neuro Agility Profiler.
Quello è stato un altro passaggio decisivo.
Perché il NAP mi ha dato una chiave molto concreta per leggere come una persona processa le informazioni, quali sono le sue preferenze cognitive, sensoriali, emotive, come reagisce sotto stress e in quali condizioni riesce a funzionare meglio.
Da lì ho iniziato a cambiare anche il mio modo di fare coaching.
Ho capito che non bastava più chiedere alla persona dove voleva arrivare. Bisognava comprendere anche come funzionava mentre cercava di arrivarci.
In quel momento il coaching, per me, è diventato qualcosa di più ampio.
Non solo una professione, ma uno sguardo.
Uno sguardo sull’essere umano, sulle sue possibilità, sui suoi blocchi, sui contesti che lo influenzano, sui sistemi in cui vive e lavora.
Credo che MCH nasca proprio da questa integrazione: dalla convinzione che una persona non possa essere compresa separando mente, corpo, emozioni, relazioni, ambiente e pressione.
Per me il coaching è diventato questo: un modo per aiutare le persone a comprendere meglio il proprio funzionamento, non in teoria, ma nella vita reale.
4. Quale esperienza personale ha inciso maggiormente sul tuo modo di intendere l’ascolto, la presenza e la relazione?
Senza ombra di dubbio la Mindfulness. Un anno intensissimo. Pensa che il percorso della Associazione Italiana Mindfulness, diretta da Fabio Giommi, braccio destro di John Kabat Zinn, il padre della mindfulness, prevede ritiri mensili di dieci giorni. Bene: è vietato parlare. Con chiunque. Puoi parlare solo con te stesso. E, se puoi parlare solo con te stesso, significa anche che l’unica persona che puoi ascoltare è: te stesso. E ce ne sono di cose da ascoltare..
Il coaching oggi
5. In un contesto in cui la parola “coaching” viene spesso utilizzata in modo ampio e talvolta improprio, che cosa significa davvero fare coaching oggi?
In Italia la parola coaching è ancora spesso fraintesa.
Per molti richiama subito l’allenatore sportivo, il motivatore, qualcuno che spinge verso un risultato. In realtà, per me, fare coaching oggi significa qualcosa di molto diverso.
Significa aiutare una persona a comprendere meglio come funziona mentre vive, lavora, decide, si blocca, reagisce e prova a cambiare.
Il coaching non può più fermarsi solo alle domande potenti, alla PNL o ai modelli tradizionali. Sono state basi importanti, ma oggi abbiamo conoscenze nuove: neuroscienze, mindfulness, psicologia positiva, studi sullo stress, sull’attenzione e sulle emozioni.
Tutto questo ci mostra che il risultato finale è solo l’ultimo passaggio di un processo più profondo.
Prima di un’azione ci sono percezioni, significati, emozioni, corpo, contesto, pressione, abitudini.
Per questo il coach oggi non dovrebbe limitarsi a chiedere:
“Che obiettivo vuoi raggiungere?”
Dovrebbe aiutare la persona a vedere:
“Che cosa succede dentro di te mentre provi a raggiungerlo?”
Per me fare coaching oggi significa accompagnare una persona a leggere meglio il proprio funzionamento nei contesti reali.
Non per correggerla o giudicarla, ma per aiutarla a scegliere, agire e cambiare con più consapevolezza, presenza e responsabilità.
6. Qual è il principale fraintendimento sul coaching che ritieni importante superare?
Il principale fraintendimento sul coaching, secondo me, come ho detto prima, nasce già dalla parola. In Italia “coach” viene ancora spesso tradotto o percepito come “allenatore”. Questo porta molte persone a pensare al coach come a qualcuno che motiva, spinge, consiglia o dice cosa fare. In realtà il coaching è un’altra cosa. Il coach non dà soluzioni preconfezionate e non si sostituisce alla persona. Accompagna la persona a vedere meglio ciò che sta vivendo, a chiarire ciò che vuole, a riconoscere risorse, interferenze e possibilità di azione. Un altro fraintendimento nasce dal fatto che il coaching non è ancora sempre percepito come una professione strutturata, con competenze, metodo, etica e responsabilità. Viene spesso messo in un grande contenitore generico insieme ad approcci molto diversi tra loro. Questo, secondo me, va superato. Perché oggi il coaching, quando è fatto seriamente, è una professione importante. Una professione che può aiutare moltissimo le persone, le organizzazioni, i team, gli educatori, i manager. A patto però di uscire dall’idea del coach come motivatore e di riconoscerlo per quello che dovrebbe essere: un professionista capace di accompagnare l’essere umano a comprendere meglio il proprio funzionamento e a muoversi con più consapevolezza nei contesti reali.
7. Viviamo in un tempo che cerca soluzioni rapide e risposte immediate. Quale valore ha, oggi, imparare a formulare domande più profonde, soprattutto quando si devono prendere decisioni in sistemi sempre più complessi?
Personalmente ritengo che le domande profonde non vanno molto d’accordo con le soluzioni rapide. Oggi capisco benissimo che la velocità sia diventata importante. Viviamo in contesti che cambiano continuamente, dobbiamo decidere, rispondere, adattarci. Però c’è un rischio: quando cerchiamo solo risposte immediate, spesso finiamo dentro meccanismi automatici.
Reagiamo più che scegliere. Gurdjieff parlava proprio di risposte meccaniche, di automatismi. E credo che questo sia molto attuale. Oggi siamo pieni di stimoli, pressioni, urgenze, informazioni. Ma proprio per questo abbiamo ancora più bisogno di portare presenza dentro il modo in cui pensiamo, decidiamo e agiamo.
Per me la domanda profonda serve a questo. Non serve a complicare le cose. Serve a interrompere l’automatismo. Crea uno spazio tra ciò che accade e il modo in cui rispondiamo. E in quello spazio può entrare qualcosa di fondamentale: presenza.
La presenza, per come la intendo io, è la somma di concentrazione e consapevolezza. È essere davvero lì, con ciò che sta accadendo, senza fuggire subito nella prima soluzione disponibile.
Se manca presenza, possiamo anche trovare risposte rapide, ma difficilmente saranno risposte profonde. Nei sistemi complessi questo diventa ancora più importante, perché ogni decisione produce effetti sulle persone, sulle relazioni, sui contesti. E allora la vera domanda non è solo: “Qual è la soluzione più veloce?”
La vera domanda diventa:
da quale stato interno sto cercando questa soluzione?
Sto rispondendo per presenza o per automatismo?
Sto scegliendo davvero o sto solo reagendo? Per me il valore delle domande profonde oggi è questo: riportarci da una risposta meccanica a una risposta più consapevole, più presente, più umana.
Neuroscienze e consapevolezza
8. Nel tuo approccio emerge il dialogo tra coaching, neuroscienze e consapevolezza. In che modo la conoscenza del funzionamento della mente può sostenere un percorso di cambiamento?
La conoscenza del funzionamento della mente è fondamentale, perché ci aiuta a superare un’idea troppo semplice del cambiamento.
Per molto tempo abbiamo pensato che per cambiare bastasse capire cosa fare, decidere di farlo e poi agire. Ma l’essere umano non funziona così. Daniel Kahneman, psicologo e premio Nobel per l’Economia nel 2002, ci ha aiutato a comprendere che molte delle nostre decisioni non nascono da un processo puramente razionale. Nascono da percezioni, emozioni, automatismi, scorciatoie mentali, stati interni. E questo vale per le piccole scelte quotidiane, ma anche per decisioni molto importanti, personali, professionali, organizzative e persino politiche. Quando proviamo un’emozione, non accade qualcosa solo “nella testa”. Cambia il corpo. Cambiano i neurotrasmettitori, gli ormoni, il livello di energia, l’attenzione, la capacità di valutare le alternative, il modo in cui interpretiamo ciò che sta accadendo. Per questo possiamo vivere la stessa esperienza in contesti diversi e reagire in modi completamente differenti. Non siamo mai separati dal contesto in cui ci troviamo. Una riunione, una relazione, una pressione, un giudizio, una paura, una aspettativa possono cambiare profondamente il nostro modo di funzionare. Ecco perché, in un percorso di cambiamento, non possiamo limitarci a lavorare solo sul comportamento finale. Dobbiamo chiederci:
che cosa accade prima di quel comportamento?
Quale emozione si attiva?
Quale significato sto dando alla situazione?
Che stato interno sto vivendo?
In quale contesto sto prendendo questa decisione? Le neuroscienze, insieme alla consapevolezza, ci aiutano proprio in questo: a vedere meglio il processo che sta dietro l’azione.
Quando una persona comprende meglio come funziona, può smettere di giudicarsi solo per ciò che fa o non fa. Può iniziare a osservare i propri automatismi, riconoscere le proprie reazioni, creare più spazio tra stimolo e risposta. E in quello spazio diventa possibile scegliere in modo diverso. Per me il cambiamento nasce lì: non solo dalla volontà, ma da una maggiore comprensione del proprio funzionamento.
9. Che relazione esiste tra consapevolezza e trasformazione personale? Si cambia quando si comprende, quando si sente o quando si agisce?
Per me consapevolezza e trasformazione personale sono profondamente legate.
Non credo che si cambi solo perché si comprende qualcosa. E non credo nemmeno che si cambi solo perché si agisce.
Nel mio caso, il cambiamento è iniziato quando ho cominciato ad ascoltarmi davvero, attraverso la Mindfulness
La mindfulness mi ha dato questa possibilità: non semplicemente sentire qualcosa, ma ascoltare me stesso. Fermarmi. Osservare. Accorgermi di alcuni aspetti di me che prima non vedevo con la stessa chiarezza.
Non posso dire di essermi compreso completamente, perché credo che nessuno possa farlo una volta per tutte. Però ho iniziato a comprendere alcune parti di me, alcuni automatismi, alcune reazioni, alcuni modi di stare nelle situazioni.
E poi ho agito.
Ho iniziato a lavorare sui miei comportamenti, sul mio modo di rispondere, sul mio modo di essere nelle relazioni e nei contesti.
Naturalmente sono un essere umano. Non sempre riesco a rispondere in modo consapevole a ciò che accade. A volte reagisco ancora in modo automatico.
Però oggi c’è una differenza.
Anche quando reagisco, posso tornare su quella reazione e chiedermi:
che cosa è successo?
Perché ho risposto in quel modo?
Quale bisogno stava cercando di proteggere quella reazione?
Che cosa posso imparare da questo?
E questo, per me, è già trasformazione.
Quindi, se devo rispondere alla domanda, direi che si cambia quando queste tre dimensioni iniziano a dialogare: comprensione, ascolto profondo e azione.
La consapevolezza non è solo capire.
È accorgersi di sé mentre si vive.
E da lì, poco alla volta, scegliere di rispondere alla vita in modo diverso.
10. Nei percorsi che accompagni, come riconosci il momento in cui una persona inizia davvero a vedere nuove possibilità e a modificare il proprio modo di funzionare nelle decisioni, nelle performance o nelle relazioni?
Lo riconosco da piccoli segnali.
A volte non sono cambiamenti clamorosi. Non sono frasi perfette, decisioni definitive o risultati immediati. Sono aperture.
Me ne accorgo quando una persona, dopo essere rimasta per tanto tempo chiusa dentro una certa idea di sé, comincia ad aprire leggermente una finestra sulla propria vita.
Quando inizia a dire:
“forse posso vedere questa cosa in un altro modo”.
“forse posso provare una strada diversa”.
“forse non sono soltanto quello che ho sempre pensato di essere”.
Per me quello è un momento molto importante. Io dedico tantissimo tempo al mio lavoro. Sono spesso in aula il sabato e la domenica, studio molto, continuo a formarmi, sacrifico anche una parte del mio tempo libero e del tempo che potrei passare con mio figlio, e oggi anche con mia nipote.
A volte qualcuno mi chiede perché lo faccio ancora, perché continuo a investire così tanto. La risposta è proprio lì.
Quando vedo che una persona inizia a trovare la sua strada.
Quando si permette di conoscere parti nuove di sé.
Quando si apre a possibilità che prima non vedeva.
Quando cambia il modo di guardarsi.
Quando sorride.
E poi c’è un momento che per me resta sempre molto forte: quando alla fine di un incontro una persona mi abbraccia e mi dice grazie. Quella cosa mi commuove ancora.
Perché in quel momento capisco che non è passato solo un contenuto, una tecnica o un esercizio. È passato qualcosa di più profondo. La persona ha sentito che poteva rimettersi in movimento. E per me questo è uno dei segnali più veri del cambiamento: quando qualcuno non si sente più bloccato dentro la propria storia, ma comincia a vedere una possibilità nuova per sé.
Da coach a essere umano
11. Accompagnare gli altri significa spesso entrare in contatto con domande profonde. Che cosa ti ha insegnato il coaching su te stesso?
12. C’è un aspetto di te che il coaching ha trasformato, messo in discussione o reso più consapevole?
Il coaching mi ha insegnato che non si finisce mai di imparare.
Quando sono in aula, durante un percorso, un incontro o un intervento, dico spesso una cosa: le persone davanti a me ascoltano una persona sola, mentre io ascolto dieci, venti, cinquanta, a volte cento persone.
E questo cambia completamente la prospettiva. Perché ogni persona porta una storia, una domanda, una difficoltà, un modo diverso di guardare la vita. E se tu sei davvero presente, non puoi pensare di essere soltanto quello che insegna, guida o accompagna.
In realtà impari continuamente. Impari da una domanda fatta in un certo modo.
Da un silenzio.
Da una resistenza.
Da una fragilità.
Da una persona che trova il coraggio di dire qualcosa che non aveva mai detto prima.
Il coaching mi ha insegnato questo: che ogni incontro, se lo vivi davvero, ti cambia un po’. Una volta dire “imparo da ogni persona che incontro” mi sembrava quasi una frase fatta.
Oggi per me è una certezza. Perché ogni persona che accompagno mi rimette davanti a qualcosa: un limite, una possibilità, una domanda, una parte di me che magari non avevo ancora ascoltato abbastanza. E forse questa è una delle lezioni più importanti che il coaching mi ha dato: non si accompagna mai qualcuno restando uguali. Se ascolti davvero, anche tu vieni trasformato.
13. Quando non sei nel ruolo di coach, formatore o consulente, quali sono le domande che Giansandro continua a farsi come essere umano?
Quando non sono nel ruolo di coach, formatore o consulente, credo che le domande che continuo a farmi siano molto semplici, ma anche molto grandi. La prima è:
qual è lo scopo della mia vita?
E poi:
dove mi sta portando tutto questo?
Non so se siano domande a cui si possa davvero rispondere una volta per tutte.
Forse cambiano con noi.
Forse si trasformano con l’età, con le esperienze, con gli incontri, con le perdite, con ciò che la vita ci chiede di attraversare. Però sono domande che per me restano vive.
Mi accompagnano. Mi tengono in ricerca.
E forse questa è una parte importante di me: non sentirmi mai completamente arrivato, non pensare di avere già capito tutto, continuare a cercare. In fondo, forse, Giansandro è anche questo:
un ricercatore che ricerca.
Non necessariamente per trovare una risposta definitiva. Ma per restare fedele a una direzione, a un senso, a qualcosa che continua a chiamarlo.
Il coaching nel 2026
14. Guardando al 2026, quali sfide attendono il coaching in un mondo sempre più veloce, tecnologico e complesso?
Guardando al 2026, credo che una delle grandi sfide del coaching sia diventare sempre di più una professione riconosciuta, seria, fondata su competenze, etica, metodo e responsabilità.
Il mondo sta cambiando molto velocemente. È più tecnologico, più complesso, più attraversato dall’intelligenza artificiale. E il coaching non può far finta che tutto questo non esista.
L’intelligenza artificiale non deve sostituire il coach.
Non può sostituire la relazione, la presenza, l’ascolto, la componente emotiva, la capacità di stare con una persona mentre attraversa una domanda, una difficoltà, una scelta importante.
Però può diventare un grande alleato.
Può aiutare nello studio, nella ricerca, nella preparazione, nell’organizzazione delle idee. È una grandissima biblioteca, uno strumento potentissimo, se usato con consapevolezza.
La sfida, secondo me, sarà proprio questa: non avere paura della tecnologia, ma nemmeno delegarle ciò che appartiene profondamente all’umano.
Il coaching dovrà continuare a innovare.
Dovrà conoscere meglio le neuroscienze, la consapevolezza, il funzionamento della mente, il corpo, le emozioni, i contesti in cui le persone vivono e lavorano.
Ma dovrà anche riconoscere la propria storia.
Io credo che un popolo che non riconosce la propria storia non possa avere futuro. E lo stesso vale per il coaching. Un coaching che dimentica le proprie radici, i propri passaggi, i propri fondamenti, rischia di diventare solo una moda o una parola vuota.
Quindi la sfida del 2026 sarà tenere insieme due movimenti.
Da una parte, onorare la storia del coaching.
Dall’altra, avere il coraggio di evolvere.
Integrare nuove conoscenze, nuovi strumenti, nuove tecnologie, senza perdere ciò che resta essenziale: la relazione umana, la presenza, l’ascolto e la capacità di accompagnare le persone a comprendere meglio il proprio funzionamento.
Forse, alla fine, si torna sempre lì: continuare a cercare, continuare a integrare, continuare a crescere. Continuare la Ricerca.
15. Durante l’incontro di People Strategy è emersa una riflessione sul rischio di confondere l’orientamento precoce con l’anticipazione: nelle prime fasi della crescita non si tratta di indirizzare i bambini verso ciò che potrebbero diventare, ma di esporli a linguaggi, esperienze e possibilità. Dal tuo punto di vista, come possiamo aiutare bambini e ragazzi ad aprire il proprio orizzonte senza trasformare troppo presto la scoperta in pressione, o il potenziale in aspettativa?
Credo che il punto sia proprio questo: non confondere l’apertura con la direzione. Un bambino, un ragazzo, non ha bisogno troppo presto di sentirsi dire che cosa dovrà diventare. Ha bisogno di incontrare mondi, linguaggi, esperienze, persone, possibilità.
Ha bisogno di poter provare. Di poter sbagliare. Di poter cambiare idea. Di poter dire “mi piace” e poi, magari, dopo un po’, “non mi piace più”. Ha bisogno di annoirasi. La noia è l’anticamera della creatività.
Noi adulti, spesso anche con le migliori intenzioni, rischiamo di trasformare molto presto una curiosità in un progetto, un talento in una responsabilità, una possibilità in un’aspettativa.
Vediamo qualcosa in un bambino e subito pensiamo: “allora potrebbe diventare questo”. Ma forse, nelle prime fasi della crescita, il nostro compito non è interpretare troppo in fretta.
È creare condizioni. Offrire esperienze diverse.
Esporre a linguaggi diversi.
Far incontrare sport, arte, natura, scienza, musica, manualità, relazione, silenzio, parola, movimento. E poi osservare.
Non per incasellare, ma per ascoltare.
Credo che un bambino apra davvero il proprio orizzonte quando sente che può esplorare senza dover dimostrare subito qualcosa. Quando capisce che l’adulto non è lì per misurarlo, ma per accompagnarlo.
Che non deve trasformare ogni interesse in una performance.
Che non deve essere bravo per meritare attenzione.
Che non deve diventare qualcuno per essere visto.
Il potenziale, se diventa aspettativa troppo presto, può pesare. Invece dovrebbe restare uno spazio aperto.
Qualcosa che respira. Aiutare bambini e ragazzi, secondo me, significa permettere loro di conoscersi un po’ alla volta. Senza fretta. Senza etichette. Senza trasformare ogni segnale in una previsione.
Perché a volte il futuro di una persona non nasce da ciò che noi adulti abbiamo capito prima. Nasce da ciò che lei ha potuto esplorare liberamente, sentendosi al sicuro.
E forse questo è il compito più importante: non anticipare la loro strada, ma allargare il paesaggio in cui potranno riconoscerla.
Il passaggio AICP
16. Il 13 giugno si conclude il tuo percorso come Presidente AICP Lombardia: con quale sensazione vorresti chiudere questo capitolo?
Prima di tutto, preciserei il ruolo: non parlerei di Presidente AICP Lombardia, ma di responsabilità all’interno del Coaching Club Lombardia.
È un ruolo che ho vissuto con grande senso di responsabilità, perché quando rappresenti un’associazione, un gruppo, una comunità professionale, non rappresenti solo te stesso. Rappresenti un modo di intendere il coaching, le relazioni, la formazione, la crescita di una professione.
Se questo capitolo dovesse chiudersi il 13 giugno, mi piacerebbe chiuderlo con una sensazione semplice: gratitudine.
Gratitudine per le persone incontrate, per i colleghi, per i confronti, per le domande, per tutto quello che questo ruolo mi ha permesso di imparare.
Perché anche qui vale quello che dico spesso: quando sei in un ruolo di responsabilità, pensi di dover dare qualcosa agli altri. Ed è vero. Ma ricevi anche moltissimo.
Mi piacerebbe chiudere con la sensazione di aver contribuito, anche solo in parte, a creare uno spazio serio, umano, aperto, in cui il coaching potesse essere non solo raccontato, ma praticato, vissuto, interrogato.
Poi vedremo che cosa accadrà.
Mi è stato anche chiesto di valutare la possibilità di proseguire ancora per un anno, e questa è una cosa che mi fa piacere, perché significa che qualcosa di buono è stato riconosciuto.
Non so ancora quale sarà la direzione definitiva.
Ma qualunque cosa accada, vorrei restare con questa sensazione: aver servito un ruolo, più che averlo occupato.
Per me i ruoli non sono etichette.
Sono responsabilità.
E quando una responsabilità finisce, o si trasforma, la domanda che resta è sempre la stessa: che cosa ho lasciato? Che cosa ho imparato? E in che modo posso continuare a essere utile?
17. Se dovessi lasciare un messaggio alla comunità dei coach che hai accompagnato in questi anni, quale sarebbe — anche pensando a chi raccoglierà il testimone dopo di te?
Il messaggio che vorrei lasciare alla comunità dei coach è molto semplice: continuiamo a credere nei coach che stanno arrivando.
Una delle cose più belle che ho vissuto in questi anni è stata vedere tante persone nuove avvicinarsi al coaching. All’incontro del 13 giugno ci sono più di cento coach iscritti, e molti sono coach che si sono affacciati a questa professione negli ultimi anni.
Anche nell’incontro di marzo mi aveva colpito molto una cosa: più della metà delle persone presenti erano coach nuovi. E per me questo è un segnale importante. Significa che c’è vita, c’è desiderio, c’è voglia di esserci, di imparare, di portare qualcosa nel mondo.
Io so che avrei potuto fare di più.
La mia responsabilità all’interno del Coaching Club Lombardia è coincisa anche con momenti particolari della mia vita, anche dal punto di vista fisico. Forse non sono riuscito a dare tutto quello che avrei voluto dare. Però quello che ho cercato di fare è stato tenere aperto uno spazio.
Uno spazio di incontro.
Di appartenenza.
Di confronto.
Di possibilità.
E allora, a chi raccoglierà il testimone dopo di me, direi questo: abbiate cura dei coach nuovi.
Non spegniamo il loro entusiasmo.
Non rompiamo troppo presto il sogno che li ha portati fin qui.
Aiutiamoli a crescere, certo. Aiutiamoli a studiare, a formarsi, a essere seri, etici, competenti. Ma senza togliere loro quella luce iniziale che spesso accompagna chi sente di aver trovato una strada.
Perché per molti il coaching non è solo una professione.
È anche un modo per rimettere ordine nella propria vita, per conoscersi meglio, per essere utili agli altri, per dare forma a qualcosa che sentivano da tempo.
Il Coaching Club Lombardia è una comunità molto viva, numerosa, ricca di energie nuove. E credo che il compito di chi ha più esperienza non sia occupare spazio, ma creare spazio.
Fare in modo che chi arriva possa sentirsi accolto, orientato, sostenuto.
Il mio messaggio, quindi, è questo: continuiamo a credere nei giovani coach, nei nuovi coach, in chi si sta affacciando ora a questa professione.
Facciamoli crescere senza spegnerli.
Perché se loro continueranno a credere nella strada che hanno intrapreso, il coaching avrà ancora molto futuro.
Prossimamente incontreremo nuovamente Giansandro anche su YouTube.
Questa sezione è già predisposta per collegare il video o il canale quando il contenuto sarà disponibile.
The Sliding Doors Experience è questo: quando un incontro apre una porta inattesa e ti lascia addosso una domanda nuova sul modo in cui vivi, cambi e scegli.
