Da figli a genitori: uno Sliding Moment che ci cambia per sempre
Un passaggio di identità. E una storia vera: quella di Giuseppe Cosentino, coach calcistico e da poco papà.
L’innesco: quando cambia l’identità
Ci sono Sliding Moments silenziosi: non arrivano con grandi annunci, ma ti cambiano dentro. Uno dei più grandi è il passaggio da figlio a genitore (o ad adulto di riferimento).
Dopo una serata dedicata ai “genitori imperfetti”, mi è rimasta addosso una domanda: “Che cosa voglio lasciare, oggi, a chi cresce vicino a me?” Ed è lì che ho incrociato una storia che meritava il centro della scena.
La Sliding Doors Experience di Giuseppe
Coach calcistico · Lavoro con i giovani · Da due mesi papà
Prima del fischio d’inizio: “Uno, nessuno e centomila”
Giuseppe, fuori dal campo, si definisce così: “Uno, nessuno e centomila”. Perché vive più ruoli insieme: lavora come digital project manager in una Web Agency di Genova, con Cristina (compagna di vita e di lavoro) ha fondato CR FORMAZIONE (sicurezza sul lavoro e certificazioni UNI/EN/ISO), ed è anche Vice Presidente CSAIn Liguria.
Il filo che tiene tutto insieme, però, non si spezza: il calcio. Non solo come passione, ma come “campo” umano. Già prima di diventare papà, aveva scelto di stare con i giovani da educatore prima che da tecnico: istruttore U7 maschile, poi U12 femminile. La responsabilità, per lui, era già una postura.
Il momento in cui cambia tutto: “Adesso sono davvero un genitore”
Lo Sliding Moment di Giuseppe ha una scena precisa: la prima volta che ha visto suo figlio e ha toccato la sua mano sinistra. Un gesto minuscolo, enorme.
Prima della nascita non aveva paure particolari. Dopo, è arrivata la prova vera: giornate frenetiche, imprevisti continui, programmi che saltano. Per una persona organizzata, imparare a cambiare assetto in corsa è stata una sfida da mister, da compagno, da papà.
Oggi sta ricostruendo equilibrio tra lavoro, famiglia, allenamenti e formazione. E qui entra la parola più vera che ci possiamo concedere: imperfezione. Perché la responsabilità, a volte, non è “fare tutto”, ma restare.
Il padre, il coach e i ragazzi: quando la vita ti allena
Dal campo alla casa: pazienza e disciplina lo aiutano con suo figlio. Nella coppia, invece, diventano fondamentali ascolto e gestione dell’errore. Perché quando cambia il ruolo, cambia il modo in cui si parla.
Dopo una sconfitta torna a casa e gli piace “parlare” con suo figlio come fosse il suo migliore amico. Lui non può rispondere, ma in qualche modo lo fa: con uno sguardo, una risata, un gioco. E quel momento diventa un appiglio emotivo.
Sul campo, questo si traduce in una responsabilità ancora più forte verso le ragazze: dare tutto ciò che può, tecnicamente e soprattutto umanamente. Perché lo sport fortifica la vita.
Guardando avanti, sogna un rapporto padre-figlio fatto anche di amicizia, e valori “pesanti” nel senso buono: resilienza, etica, disciplina, perseveranza, umiltà, solidarietà. E da neo-papà, guardando i genitori a bordo campo, si è già promesso una cosa: fare il genitore, non il tecnico. Trasparenza, direzione, futuro.
“Essere genitore è come essere sempre in fuorigioco ma allo stesso tempo sentirsi sempre in partita.”
Vuoi leggere l’intervista completa? Domande di The Sliding Blog · Risposte originali di Giuseppe Apri
1) Per chi non ti conosce: chi è Giuseppe oggi, dentro e fuori dal campo?
Che cosa fai come lavoro e che ruolo ha il calcio nella tua vita quotidiana?
Giuseppe fuori dal campo è “Uno, nessuno e centomila”, sì perché mi occupo di diverse cose in diversi ambiti: digital project manager in una Web Agency di Genova, insieme a Cristina (mia compagna di viaggio nella vita e nel lavoro) ho fondato CR FORMAZIONE azienda che si occupa di formazione e consulenza in ambito sicurezza sul lavoro e certificazioni UNI/EN/ISO. Inoltre, da quasi un anno sono Vice Presidente CSAIn (ente di promozione sportiva riconosciuto dal CONI) Liguria. Prossimi step riguardano l’apertura dello Sportello CSS (consulenza sport e spettacolo) in collaborazione con un’altra professionista. Quindi Giuseppe, come si evince da quello che ho scritto, è più cose in una sola persona, ma tutto ciò è orientato al fatto che nel tempo avrò la possibilità di dedicarmi al calcio supervisionando tutte queste altre attività.
2) Se ripensi a questi primi due mesi da papà, qual è l’immagine o il momento preciso che
per te rappresenta il tuo Sliding Moment?
Quello in cui hai sentito: “Ok, adesso sono davvero un genitore”.
Ancora oggi, ci sono giorni dove non riesco a credere di essere diventato papà. E’ sempre stato un sogno nel cassetto: avere dei figli ma soprattutto una famiglia unita, e con Cristina questo sogno si è avverato. Il mio Sliding Moment: quando l’ho visto per la prima volta e ho toccato la sua mano sinistra, indimenticabile.
3) Prima di diventare papà ti occupavi già di ragazzi e ragazze come coach.
In che cosa il sentirti “responsabile” dei tuoi atleti è diverso dal sentirti responsabile di tuo
figlio?
E in cosa, invece, ti sembra sorprendentemente simile?
Sì, ho iniziato la mia esperienza come istruttore della leva U7 maschile di una squadra dilettantistica genovese e mi sono sempre comportato come farebbe un buon genitore sempre mantenendo il ruolo da educatore e istruttore. Stessa cosa quando sono passato al Femminile nell’U12 di un’altra società.
4) Quali paure ti hanno fatto compagnia nei giorni prima e dopo la nascita di tuo figlio?
Ce n’è una che non avevi previsto e che ti ha spiazzato?
Prima della sua nascita, nessuna. Dopo ho iniziato a trascorrere giornate frenetiche senza sosta e con mille imprevisti. Sono una persona molto organizzata e che ha degli obiettivi ben precisi, l’imprevisto non mi spaventa ma il cambiare programma ogni momento è stata una vera e propria sfida come mister, come genitore e come compagno.
5) Nel quotidiano ti trovi a incastrare lavoro, famiglia, allenamenti tuoi e allenamenti delle
ragazze.
Come stai cercando di tenere insieme tutti questi piani?
Cosa sta funzionando e cosa, invece, ti mette più in difficoltà?
Ancora molte sono le cose da migliorare ma pian piano sto riuscendo nuovamente a tenere tutto “sotto controllo”. Per farlo ho dovuto rivedere un pò le mie giornate ma questo mi ha permesso, oltre a dedicarmi di più alla famiglia, anche di concentrarmi maggiormente sui progetti e sulla mia formazione come allenatore.
6) Dal punto di vista del coach:
quali competenze che usi sul campo (ascolto, pazienza, disciplina, gestione
dell’errore…) senti che ti stanno aiutando anche come papà?
Sicuramente la pazienza e la disciplina verso mio figlio, mentre l’ascolto e la gestione dell’errore verso Cristina.
7) E al contrario:
c’è qualcosa che hai scoperto solo “sulla pelle” da quando è nato tuo figlio e che ti sta
già cambiando come allenatore?
Un modo diverso di parlare alle ragazze, di stare in panchina, di vivere la vittoria o la
sconfitta?
Si, ho testato molto questo cambiamento. Dopo una sconfitta torno a casa e mi piace “parlare” con mio figlio come se fosse il mio migliore amico. In un momento no come questo, trovo in questa cosa un sorriso e un affetto immenso, anche se lui ancora non capisce e non può rispondermi, lo fa guardandomi e ridendo come fosse un gioco. Nei confronti delle ragazze, sento ancora più responsabilità. Il mio desiderio più grande è quello di poter dare loro tutto ciò che posso finché posso. Sia dal punto di vista tecnico che soprattutto umano. Perché il calcio, come tutti gli sport, ti fortifica nella quotidianità.
8) C’è stato un consiglio, una frase o uno sguardo di qualcuno (un mister, un genitore, un
collega, il tuo papà o la tua mamma) che per te è stato una vera “porta scorrevole” in
questo passaggio alla paternità?
Se sì, quale?
Sì, ma la tengo per me. Il mio papà rappresenta per me l’imperfezione della perfezione, nel senso che tutti noi abbiamo pregi e difetti, ma i suoi pregi valgono più di mille difetti, come direbbe qualcuno. E chi meglio di mio papà può consigliarmi su questo straordinario passaggio? E poi con la mia famiglia, la porta è davvero scorrevole, perché c’è uno scambio continuo di supporto e consigli.
9) Se potessi parlare al Giuseppe di un anno fa, che non era ancora papà, che cosa gli
diresti rispetto alle aspettative sulla paternità?
Cosa gli confermeresti e cosa invece proveresti a ridimensionare?
Sicuramente, di organizzare ancora di più tutti i progetti perché altrimenti per i primi due/tre mesi saranno belli tosti.
10) Quando ti senti più “inadeguato” come genitore?
In quei momenti, che cosa fai per non scappare ma restare presente, anche con le tue
imperfezioni?
Ci saranno infiniti giorni in cui potrò sentirmi inadeguato, quindi quando succede mi rimbocco le maniche e cerco di afforntare la sfida come fossi in campo in una partita complessa. Resto in campo e guido le ragazze fino all’ultimo secondo e oltre. Stessa cosa succede con mio figlio e con le mille cose che succedono nelle mie giornate.
11) Guardando un po’ più avanti:
che tipo di relazione sogni di costruire con tuo figlio nel tempo?
Quali sono i 2–3 valori che ti piacerebbe passassero attraverso i gesti di ogni giorno (in casa
e magari anche sul campo)?
Sicuramente, lo stesso rapporto che ho avuto con mio padre, un pò padre e figlio e un pò migliori amici. I valori che mi piacerebbe passassero sono: resilienza, spirito di abnegazione, etica, disciplina e perseveranza, oltre che umiltà e solidarietà.
12) Lavorando con i giovani, vedi spesso genitori a bordo campo.
Da neo-papà, li guardi con occhi diversi?
C’è qualcosa che oggi capisci meglio di prima — o che ti prometti di fare diversamente?
Si assolutamente, ma su questo tema potremmo scrivere romanzi. Sicuramente, mi sono già promesso di fare il genitore e non il tecnico. Se dovesse un giorno succedere che mio figlio non trovi spazio in un contesto, cercherò sempre di essere trasparente con lui e di indicargli la strada, non quella più semplice, ma quella più funzionale, non al suo presente ma al suo stesso futuro.
13) Che messaggio ti piacerebbe arrivasse ai genitori (e futuri genitori) che leggeranno questa intervista, soprattutto a chi come te prova a tenere insieme passioni, lavoro e famiglia senza smettere di crescere?
Di non smettere mai di sognare, creare e provare oltre ogni ostacolo. Perché i figli sono un pezzo importantissimo della nostra vita ma noi lo siamo altrettanto rendendoci conto che non sono l’ostacolo ma il motore che accende la nostra vita e ci fa andare ancora più forti e convinti.
14) Se dovessimo dare un titolo al tuo Sliding Moment da genitore, che titolo sceglieresti per questa esperienza?
Essere genitore è come essere sempre in fuorigioco ma allo stesso tempo sentirsi sempre in partita.
Cosa mi porto a casa (e cosa puoi portarti anche tu)
Due cose, nette: responsabilità non è controllo totale, è presenza. E ogni ruolo (genitore, coach, studente, professionista, compagno) è un allenamento continuo tra proteggere e far crescere.
Per trasformare questa storia in qualcosa di tuo, ecco due esercizi pratici (scrivibili, salvabili, condivisibili e stampabili).
The Sliding Doors Experience: 2 esercizi
Non servono risposte perfette: conta l’onestà. Puoi farli su qualsiasi tema: genitorialità, sport, studio, lavoro, relazioni.
Esercizio 1 – “La mia porta scorrevole”
Passo 1 – Scegli una scena concreta
Una scena reale: un istante, una scelta, un dialogo, una partita, un esame, un “prima e dopo”.
Passo 2 – Raccontala come una fotografia
Dove sei? Chi c’è? Cosa succede? Cosa senti nel corpo?
Passo 3 – Trasformala in Sliding Moment
Esercizio 2 – “Il mio patto di responsabilità gentile”
Scegli 3–4 ruoli (genitore / figlio / coach / studente / professionista / partner…). Per ognuno: 1 gesto verso l’altro + 1 gesto verso di te.
Il tuo “piccolo scarto” (da domani)
Ora tocca a te: qual è il tuo Sliding Moment?
Non deve riguardare per forza la genitorialità. Può essere uno Sliding Moment di sport, studio, lavoro, scelte di vita, relazioni, crescita personale. Quell’istante (o quella stagione) in cui hai capito: “da qui non torno indietro”.
Se preferisci restare anonimo o condividere solo un estratto, va benissimo: qui conta l’onestà, non la performance.
