THE SLIDING PATH · CAP · Confini, etica & coaching
Confini & etica — dire “non lo so” come atto di competenza.
Una riflessione nata tra luci di Natale, playlist casuali e domande molto poco casuali su cosa significhi davvero essere coach oggi.
Domenica mattina, in sottofondo, avevo un mix casuale di brani – una di quelle playlist che scorrono quasi da sole – e a un certo punto è partita Amazing Grace, nella versione cantata dal gruppo The Petersens. Non è stata tanto la musica, quanto le prime parole del testo – il racconto di qualcuno che si sente smarrito, che riconosce di aver bisogno di aiuto, e che grazie a qualcosa (o qualcuno) ritrova direzione, sguardo, lucidità. E lì mi si è accesa una connessione immediata con il tema che stavo elaborando da giorni: competenza, confini, e il coraggio di dire “non lo so”.
Cito i The Petersens perché fanno da sfondo sonoro a quella mattina, non perché esista alcun collegamento commerciale, collaborazione o attività in comune. Sono semplicemente uno dei miei “rumori di casa”: musica che accompagna i pensieri mentre la testa lavora su altro. Per chi mi conosce, sa che è molto da “Me”: un piede sulle luci di Natale, l’altro sulle domande scomode.
Se vuoi, puoi entrare nella stessa atmosfera da qui: apri questo punto del video su YouTube in un’altra scheda .
Storicamente, Amazing Grace è un inno cristiano scritto nel 1772 da John Newton, ex mercante di schiavi poi divenuto pastore anglicano: un testo legato al tema della conversione, della colpa e della grazia che trasforma una vita. Se ti interessa la storia reale del brano, puoi approfondire ad esempio da qui: la storia di Amazing Grace .
Quello che racconto in questo articolo non pretende di spiegare davvero cosa “dice” Amazing Grace dal punto di vista teologico o storico: è la mia risonanza personale, nata in un momento di flow davanti all’albero di Natale, mentre quella canzone faceva da sottofondo alle domande che stavo ponendo a me stesso come coach e come persona.
In fondo, per me, quella canzone parla anche di questo: di cosa succede quando smettiamo di recitare il ruolo di chi ha tutto sotto controllo e riconosciamo, con onestà, di esserci persi per un attimo. Nel coaching, come nella vita, quel momento può arrivare proprio quando ammettiamo:
«Qui, adesso, io non ho la risposta.
Possiamo però stare insieme in questo spazio e cercarla.»
Da lì ho ripensato a tutto il lavoro fatto nelle settimane precedenti:
- al tema della finta competenza,
- al mio percorso verso l’Associazione Italiana Coach Professionisti e all’esame appena sostenuto,
- al modo in cui, nella pratica, cerco di abitare il coaching dentro confini di etica chiara.
Mentre chiudevo la scatola delle decorazioni ho realizzato una cosa semplice: nel coaching ci sono parole che tornano spesso – ascolto, responsabilità, consapevolezza, obiettivi – e ce n’è una che, consapevolmente, non dovrebbe esserci: consigliare.
Perché nel momento in cui il coachee mi chiede:
«Secondo te è la scelta giusta?»
io sono sempre davanti a un bivio:
– fare la parte di chi “sa” e dare una risposta,
– oppure restare nel ruolo di coach e lavorare perché quella risposta emerga da lui, non da me.
Il resto di questo articolo nasce esattamente da lì: da una canzone ascoltata quasi per caso, da un albero di Natale appena finito e da una domanda che continua a muovermi dentro:
che cosa significa davvero essere competenti, quando la cosa più etica che possiamo dire è “non lo so”?
Una riflessione che continua: dal “coach del bivio” su LinkedIn a The Sliding Path
Qualche giorno fa, su LinkedIn, ho provato a mettere in ordine questi pensieri nell’articolo «Il “coach” e il “coaching” – libera opinione di “The Sliding Blog”». Partivo da un dato di realtà: là fuori si parla molto di coach, guru, “fuffa” e valore, e non sempre in modo tenero.
In quell’articolo ragionavo su alcuni punti chiave:
- il rischio di definire il proprio valore solo “in contrasto” agli altri, screditando i colleghi;
- l’uso (e l’abuso) della parola coach sui social;
- la necessità di conoscere e rispettare i confini tra le professioni;
- il rapporto tra tariffe, valore e rispetto per chi fa questo lavoro come professione;
- il ruolo dell’Intelligenza Artificiale nel mio modo di lavorare sui contenuti e il modello CAP.
Questo articolo su The Sliding Path è, in un certo senso, la “seconda tappa” di quella riflessione: lo stesso tema, ma visto da un angolo preciso: cosa succede quando la scelta più onesta che abbiamo è dire “non lo so”?
Se ti va di leggere il pezzo completo su LinkedIn lo trovi qui: Il “coach” e il “coaching” – libera opinione di The Sliding Blog (LinkedIn) .
Il mito dell’esperto che “sa sempre cosa dire”
Viviamo in una cultura che premia chi ha sempre una risposta pronta. Sui social, nei talk, nei video brevi: l’“esperto” è spesso raccontato come colui che sa e che ti dice, senza esitazioni, cosa dovresti fare.
Questa narrativa, a volte, entra anche nel coaching:
- il coach che “vede chiaro” prima del coachee,
- il professionista che ha sempre la domanda perfetta,
- la tentazione di dare un parere travestito da “intuizione”,
- il bisogno di apparire competente rispondendo a tutto.
È qui che nasce la finta competenza: non è ignoranza. È, piuttosto, il bisogno di riempire gli spazi vuoti (e le nostre insicurezze) con risposte, invece di restare presenti nel non sapere.
Un mio Sliding Moment: rimettere in discussione il modo di intendere il coaching
Negli ultimi mesi ho attraversato un mio personale Sliding Moment da “coach del bivio”.
Ho iniziato a esplorare un nuovo modo di intendere il coaching, studiando approcci diversi e confrontandomi con percorsi che mi hanno avvicinato all’Associazione Italiana Coach Professionisti. Ho sostenuto l’esame di accesso da poco e, prima ancora di superarlo, mi sono fatto più volte la stessa domanda che portano in sessione tanti coachee:
«È davvero la scelta giusta?
È la direzione giusta per me, adesso?»
Potevo trattarla come una decisione “tecnica”: un titolo in più, un bollino in più. Invece ho scelto di abitarla come esperienza, non come formalità.
Da quando ho iniziato a viverla sulla mia pelle ho riscoperto:
- quanto sia prezioso avere una cornice etica e professionale chiara,
- quanto il confronto, gli standard, la formazione continua facciano davvero la differenza,
- quanto tutto questo non serva solo a noi coach, ma soprattutto a chi si affida a noi.
Mi sono anche reso conto di una cosa molto semplice: non basta “essere dentro” un’associazione per sentirsi a posto. La vera differenza si gioca in sessione, ogni volta, nel modo in cui abitiamo il nostro ruolo.
E lì si torna al tema centrale: i confini.
Confini etici: dove finisce il coach e inizia qualcos’altro
Se non è chiaro dove finisco io come coach, diventa facilissimo:
- sconfinare nella consulenza,
- scivolare nel consiglio,
- assumere il ruolo di chi “sa meglio” cosa è giusto per l’altro.
Un confine etico, per come lo intendo in The Sliding Path, non è un muro: è un cartello che dice:
«Da qui in poi non è più coaching.
Da qui in poi serve un’altra competenza, un altro tipo di lavoro, un’altra figura professionale.»
Questo vale quando emergono temi che appartengono ad altri ambiti (psicoterapia, medicina, area legale, nutrizione clinica…), ma vale anche – in modo molto concreto – ogni volta che la domanda diventa:
«Secondo te, è la scelta giusta?»
Se oltrepasso quel confine e mi metto a consigliare, magari “per aiutare”, sto occupando uno spazio che non è mio. Se resto dentro il confine, posso fare qualcosa di più onesto e, paradossalmente, più potente.
La parola che non c’è nel coaching: “consigliare”
Per come vivo il coaching, ci sono parole che sento molto mie: ascoltare, facilitare, esplorare, chiarire, restituire, strutturare.
E ce n’è una che, consapevolmente, non dovrebbe esserci: “consigliare”.
Nel momento in cui la domanda esplicita o implicita diventa:
«Mi dici tu cosa devo fare?»
la tentazione di rispondere è forte:
- per rassicurare,
- per sembrare competenti,
- per non deludere le aspettative,
- per evitare il disagio del “non lo so”.
Ma se il coach risponde con un consiglio, succede qualcosa di importante:
- la decisione rischia di diventare un pensiero indotto,
- non viene vissuta come esperienza dal coachee,
- e nel tempo può perdere credibilità e tenuta.
Per me, la competenza del coach non è nel dare il consiglio giusto, ma nel:
- creare uno spazio in cui la persona può guardarsi davvero,
- accompagnarla a esplorare opzioni, paure, desideri, rischi,
- facilitare un processo in cui la risposta emerge dal coachee stesso.
Quando la scelta nasce da lì – da un percorso, da un lavoro di consapevolezza, da domande anche scomode – diventa sua. E ciò che è tuo, lo puoi sostenere, difendere, anche rimettere in discussione. Ma non lo subisci.
Dire “non lo so” come atto di competenza (non di debolezza)
Arriviamo al cuore: che cosa significa, allora, dire “non lo so”?
Nel modo in cui vivo il coaching in The Sliding Path, “non lo so” non è:
- un alzare le mani,
- un “non mi interessa”,
- un modo elegante per tirarsi fuori.
È, al contrario, un gesto di:
- onestà – non invento risposte per riempire il vuoto;
- responsabilità – non occupo lo spazio che appartiene al coachee;
- rispetto – riconosco che la decisione è sua, non mia.
Spesso “non lo so” diventa:
«Non sono io a doverti dire se è la scelta giusta.
Posso però aiutarti a capire che cosa la renderebbe giusta per te.»
Oppure:
«In questo momento non ho una risposta solida.
Possiamo lavorare insieme sui criteri che ti aiuteranno a decidere.»
Qui entra in gioco il modello CAP.
CAP: Consapevolezza, Autenticità e Presenza nel “non sapere”
C – Consapevolezza
Per dire un “non lo so” competente, serve consapevolezza:
- dei propri limiti (non so tutto, e va bene così),
- del proprio ruolo (sono coach, non terapeuta, non consulente tecnico),
- dei propri meccanismi interni (che cosa mi succede quando non ho la risposta? Cerco di compiacere? Mi irrigidisco? Mi sento “meno”?).
Consapevolezza significa accettare che la competenza non è “avere sempre la risposta giusta”, ma saper stare nel processo giusto.
A – Autenticità
Autenticità è il coraggio di dire frasi come:
«Su questo tema non sono la persona più adatta a darti una risposta tecnica.»
oppure:
«Prima di darti qualsiasi opinione, preferisco che lavoriamo insieme su ciò che è importante per te in questa scelta.»
Essere autentici non vuol dire usare il coachee come sfogo delle nostre insicurezze, ma comunicare con chiarezza e verità, senza recitare un ruolo.
P – Presenza
Presenza è la parte più sfidante:
- restare in relazione, anche quando non abbiamo “la frase giusta”,
- non scappare nel consiglio o nella soluzione rapida,
- poter stare nel silenzio e nella ricerca, senza riempirla con noi.
È qui che il “non lo so” diventa atto di competenza: non perché il coach non abbia strumenti, ma perché sceglie consapevolmente di non sostituirsi all’altro.
Il “non lo so” come Sliding Moment interno al coach
Ogni volta che un coachee chiede:
«Secondo te, cosa dovrei fare?»
si apre un piccolo Sliding Moment dentro al coach.
Le strade sono almeno due:
-
Entrare nel ruolo di chi sa,
dare un consiglio, una direzione, una soluzione. -
Restare nel ruolo di coach,
e usare quella domanda come porta per andare più in profondità:- «Che cosa rende questa decisione così importante per te?»
- «Quali possibilità vedi oggi?»
- «Da cosa ti accorgerai, tra qualche mese, che è stata la scelta giusta per te?»
La prima strada rassicura nell’immediato, ma nel lungo periodo può indebolire: il coachee rischia di affidarsi più al coach che a sé stesso.
La seconda strada, a volte più scomoda, costruisce qualcosa di più robusto: autonomia, autostima, responsabilità personale.
Tappa pratica · Allenare il coraggio del “non lo so”
Come sempre in The Sliding Path, ti lascio una piccola tappa di lavoro. Puoi usarla se sei coach, ma anche se ti trovi spesso in ruoli di aiuto o responsabilità.
Tappa 1 · Mappa delle situazioni-limite
Ripensa agli ultimi 2–3 mesi e annota:
- almeno tre situazioni in cui qualcuno ti ha chiesto, in modo diretto o indiretto, “Cosa devo fare?”
- per ciascuna, chiediti:
- Stavi ancora facendo il tuo mestiere (coach, formatore, responsabile, genitore…) o eri al limite?
- Hai dato un consiglio per riempire un vuoto? Hai risposto per sentirti competente?
Tappa 2 · Riscrivi la tua risposta
Per ogni situazione, riscrivi come avresti potuto rispondere:
- usando domande invece di consigli,
- esplicitando, se necessario, i tuoi confini (es. «Qui inizieremmo a uscire dal perimetro del coaching…»),
- trasformando il tuo eventuale “non lo so” in un invito all’esplorazione comune.
Tappa 3 · Il tuo impegno CAP
Scrivi un impegno concreto per ciascuna dimensione del CAP:
-
Consapevolezza
«Da oggi mi osservo ogni volta che sento l’urgenza di dare un consiglio e mi chiedo: sto proteggendo il processo o il mio bisogno di sentirmi competente?» -
Autenticità
«Mi alleno a dire con chiarezza quando un tema non rientra nelle mie competenze e, se posso, indico a chi rivolgersi.» -
Presenza
«Accetto l’idea di non avere sempre la risposta pronta e scelgo di restare accanto alla persona mentre la cerca.»
The Sliding Path · Tappa pratica
Allenare il coraggio del “non lo so”
Un esercizio guidato, passo dopo passo, per esplorare dove ti senti “spinto a consigliare” e come puoi restare dentro il tuo ruolo, con consapevolezza, autenticità e presenza.
Privacy & dati. Tutto ciò che scrivi qui sotto viene salvato solo nel tuo browser (localStorage) e può essere cancellato in qualsiasi momento. Nessun dato viene inviato automaticamente a The Sliding Blog o a terzi.
Tappa 1 · Mappa delle situazioni-limite
Ripensa agli ultimi 2–3 mesi. Dove ti è stato chiesto, in modo diretto o indiretto: “Cosa devo fare?” o “Secondo te è la scelta giusta?”.
Tappa 2 · Riscrivi la tua risposta
Ora rileggi le situazioni della Tappa 1 e prova a immaginare come avresti potuto rispondere restando più allineato al tuo ruolo (più domande, meno consigli).
Tappa 3 · Il tuo impegno CAP
Trasforma l’esercizio in un impegno concreto su Consapevolezza, Autenticità e Presenza.
Riepilogo rapido
Quando hai compilato le tre tappe, puoi esportare il tuo lavoro, mandartelo via email, condividerlo su WhatsApp o, se ti va, inviarlo direttamente a noi di The Sliding Blog.
Fonti & risorse per approfondire
Le riflessioni che trovi in questo articolo nascono dalla mia esperienza personale come coach e dall’ecosistema di The Sliding Path. Qui sotto trovi alcuni riferimenti autorevoli per approfondire la parte storica e quella etica legata al coaching.
- Amazing Grace – storia del brano · panoramica generale sulla genesi dell’inno e sul contesto storico: voce enciclopedica su Amazing Grace .
- La creazione di “Amazing Grace” · approfondimento storico sulla figura di John Newton e sulle origini del testo: articolo della Library of Congress (in inglese) .
- ICF Code of Ethics · quadro di riferimento internazionale per l’etica nel coaching professionale: Codice Etico ICF – sito ICF Italia .
- Carta Etica AICP / Global Code of Ethics · il riferimento etico adottato dall’Associazione Italiana Coach Professionisti: Carta Etica di Asso.Co.Pro. – AICP e il Global Code of Ethics for Coaches & Mentors .
- Altri codici etici di riferimento · per chi desidera confrontare diversi approcci al tema: Ethics – EMCC Global .
Nota: le fonti sono esterne a The Sliding Blog e sono riportate come supporto all’approfondimento personale. Le opinioni espresse nell’articolo restano una libera riflessione in stile The Sliding Path, nata in un momento di flow (e tra una decorazione di Natale e l’altra).
In chiusura: competenza è anche saper fare un passo indietro
Per come lo vivo in The Sliding Path, il coaching non è un luogo in cui il coach distribuisce consigli saggi dall’alto, ma uno spazio in cui chi arriva può:
- fermarsi,
- ascoltarsi,
- rimettere a fuoco le proprie scelte,
- e, soprattutto, sentirle proprie.
In questo senso, dire “non lo so” non è un buco di preparazione, ma un segno che il coach:
- riconosce i propri confini,
- rispetta il processo del coachee,
- e sceglie di essere presenza autentica, non protagonista della storia altrui.
A volte, il vero atto di competenza sta proprio qui: nel rinunciare ad avere l’ultima parola per lasciare spazio alla parola che conta davvero — quella del coachee.
