Sport Performance · Scherma • Identità • Presenza

Sport Performance – Verso il 1° maggio

di Cristiano Merizzi Sport Performance The Sliding Blog Aggiornato il 15 maggio 2026 Tempo di lettura: 8–10 min

Questo articolo nasceva come countdown verso il 1° maggio. Oggi, dopo quel passaggio, resta come una traccia più profonda: non solo l’attesa di una fiera digitale, ma il racconto personale di come lo sport possa diventare struttura, identità e palestra mentale.

La scherma mi ha insegnato che la performance non è solo nel colpo. È nel tempo prima: quando osservi, comprendi e scegli.
La scherma come palestra mentale: strategia, presenza e costruzione della performance.
La scherma come palestra mentale: strategia, presenza e costruzione della performance. Crediti immagine: julianpictures – stock.adobe.com – N. file: 145961586 – Licenza Standard

Aggiornamento editoriale · Dopo il 1° maggio

Dal countdown al significato: perché questo passaggio resta importante

Il 1° maggio è stato il punto simbolico da cui partire per aprire una riflessione più ampia: sport, digitale, intelligenza artificiale, performance e centralità dell’atleta.

All’inizio c’era un countdown. Ma, a guardarlo oggi, quel conto alla rovescia non parlava solo di un evento. Parlava di una domanda: che cosa resta umano nello sport, anche quando cambiano gli strumenti?

La mia risposta continua a passare dalla pedana: presenza, lettura, tempo, ripetizione, capacità di reggere la fatica e di trasformare l’esperienza in identità.

Il digitale può aprire nuove porte. Ma la performance continua a nascere da una scelta umana: esserci, restare, costruire.

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Un punto di partenza.

Cos’è lo sport?

È la domanda che mi sono fatto mentre mettevo insieme ricordi, esperienze, competenze. E la prima risposta che mi è venuta non è stata una definizione precisa, ma tre parole: stanchezza, sacrificio, forza.

Poi ne sono arrivate altre: sfida, benessere, salute, dedizione, costanza, motivazione, determinazione, intelligenza, processo mentale, struttura psicologica. Ma ho deciso di fermarmi lì.

Non perché le altre non siano importanti, ma perché dentro queste tre, in qualche modo, ci stanno già tutte. La sfida è nella stanchezza che accetti. La dedizione è nel sacrificio che ripeti. La motivazione e la determinazione si costruiscono proprio lì, quando continui anche quando non ne hai voglia.

E poi c’è tutta una parte più silenziosa, meno visibile. Quella mentale. Quella fatta di processi, struttura, dialogo interno. Quella che spesso non si vede, ma che in realtà regge tutto.

Stanchezza Sacrificio Forza

La stanchezza

La stanchezza è la prima cosa che senti. La associ subito al dolore, ai muskelkater, a quel momento in cui il corpo ti presenta il conto. Lo sport stanca. Eccome se stanca. E a volte il divano diventa il vero obiettivo della giornata.

Ma crescendo, e soprattutto guardandolo oggi anche con occhi più da mental coach, mi rendo conto che quella stanchezza non è mai casuale. È un linguaggio.

È il corpo che ti dice dove sei, quanto hai dato, dove puoi arrivare. Non è solo fatica: è informazione.

La stanchezza non è sempre un nemico. A volte è il modo in cui il corpo ti restituisce una mappa.

Sacrificio e forza

Sacrificio e forza, per me, hanno sempre camminato insieme. Li ho capiti davvero solo vivendo la scherma. Ho iniziato a 5 anni, con i fioretti di plastica del Trofeo Topolino. Poi sono arrivati gli allenamenti veri, la famiglia Mangiarotti, i primi valori.

I miei primi passi li ho mossi proprio lì. Ricordo ancora, anche se in modo sfumato, Dario, insieme al fratello Edoardo e alla figlia Carola. Non era solo insegnamento tecnico. C’era qualcosa di più. C’era un modo di stare in pedana, un modo di vivere lo sport che andava oltre il gesto.

Poi ci sono i ricordi più vivi, quelli che non hanno bisogno di essere perfetti per essere veri. I compagni: Davide, Tommaso, Massimiliano — il mancino che, sportivamente parlando, proprio non sopportavo. Le dinamiche di gruppo. Le piccole rivalità. Le alleanze che cambiavano.

E poi tutto quello che stava intorno: le pizze dopo gli allenamenti, i viaggi, le macchine piene di borse e sogni, i sacrifici dei nostri genitori che, senza dirlo troppo, rendevano possibile tutto questo.

Ricordo una gara a Monza. Una sfida a squadre persa. Ricordo le proteste contro gli arbitri, le discussioni, il sentirsi nel giusto. Gli avversari, tra cui L.B. — che probabilmente noi ricordiamo molto più di quanto lui possa ricordare noi. Perché ognuno, alla fine, è dentro il proprio percorso.

All’epoca eravamo bambini. E dentro quelle situazioni ci sembrava tutto enorme. Ma oggi capisco che non erano solo gare. Erano i primi momenti in cui iniziavamo a confrontarci con la sconfitta, con l’ingiustizia percepita, con l’ego, con il gruppo. E, in fondo, con noi stessi.

La formazione, quella vera

Poi è arrivata la fase più intensa. La società del Giardino. Allenatori olimpionici. Un livello diverso. E lì ho capito cosa significa davvero forza. Non quella fisica. Quella mentale.

Ore con le gambe piegate. Ripetere gli stessi movimenti all’infinito. Avanti, indietro, affondo, finta, controfinta. All’epoca era allenamento. Oggi so che era costruzione.

Fiorettista, dentro

Ancora oggi lo dico con orgoglio: ero un fiorettista. Non perché fosse meglio di spada o sciabola, ma perché mi somigliava. Meno istinto, più strategia. Meno velocità, più lettura.

Forse anche per quella mia parte nerd, cresciuta con Age of Empires: prima osservi, poi capisci, poi agisci.

Controllo e libertà

C’è però una cosa che mi è rimasta addosso. L’impugnatura francese. Non l’ho mai sentita davvero mia. Quella libertà nel polso, quel lasciare il fioretto più libero… l’ho sempre un po’ subita, più che scelta. All’epoca non sapevo spiegarlo. Oggi sì.

Oggi, lavorando anche come mental coach, mi è chiaro che quella non era solo una questione tecnica. Era un tema mentale. Quanto controllo cerco? Quanto mi fido del lasciare andare?

Così come altri dettagli: la maschera a griglia con cui sono cresciuto, e poi il passaggio a quelle più pulite, più aperte. Meno filtro. Più visione. Anche lì, senza saperlo, stava cambiando qualcosa dentro.

Le tre parole diventano processo
Stanchezza

Il corpo segnala il limite, ma anche la possibilità di adattamento.

Sacrificio

La ripetizione crea identità prima ancora di creare risultato.

Forza

La forza vera, spesso, è restare presenti nel gesto e nella scelta.

La mia prima palestra mentale

Se oggi porto competenze legate al mental coaching, devo essere onesto: non sono nate solo sui libri o dai corsi di approfondimento fatti negli anni. Sono nate lì. In pedana.

Undici anni di scherma sono stati la mia prima vera palestra mentale. Struttura. Ripetizione. Strategia. Presenza. E anche qualcosa che oggi riconosco ancora meglio: un continuo processo di apprendimento dagli altri.

Mentoring, senza chiamarlo così

Allenatori, compagni più esperti, contesto. Osservavo. Assorbivo. Ripetevo. E allo stesso tempo, tra di noi, cresceva qualcosa di condiviso. Oggi lo chiamerei mentoring. All’epoca era semplicemente stare dentro lo sport.

La mia idea di performance

Tutto questo, oggi, prende forma in modo più chiaro. Per me, la performance non è mai stata il risultato. È sempre stata quel momento prima. Quando osservi. Quando capisci. Quando scegli.

La performance è lì. Non nel colpo, ma nella costruzione del colpo.

La pausa

Poi ho smesso. Di colpo. Allenamenti quotidiani, struttura, ritmo… tutto interrotto. E il corpo ha reagito: postura, dolori, squilibri. Ma oggi non la leggo più solo come una perdita. È stata una rottura necessaria per capire davvero cosa avevo costruito.

E oggi…

Oggi mi capita ancora. Apro l’armadio. Vedo i miei fioretti. E per un attimo mi fermo. “E se ricominciassi?”

Verso il 1° maggio

Forse questo progetto nasce anche da lì. Da tutto quello che è stato. Da tutto quello che è rimasto. Perché lo sport, alla fine, non è solo movimento. È struttura. È identità. È modo di stare nelle cose.

E questo… è solo l’inizio.

Il passaggio CAP, nella pedana interiore
Consapevolezza

Riconoscere cosa sta comunicando il corpo: stanchezza, tensione, energia, limite.

Autenticità

Dare un nome sincero al proprio rapporto con sacrificio, controllo, libertà e direzione.

Presenza

Scegliere il tempo giusto: non il colpo impulsivo, ma il gesto costruito.

Esercizio finale | Diario della pedana interiore

Un percorso in tre fasi: trasformi stanchezza, sacrificio e forza in focus concreto, generi il voucher Sport Performance e scegli il tuo micro-affondo.

Fase 1 Trasforma stanchezza, sacrificio e forza in consapevolezza.
Fase 2 Genera e condividi il voucher Sport Performance.
Fase 3 Scegli il tuo micro-affondo.
Fase 1 · Pedana interiore

Dai una forma alla tua performance

In questa fase non devi dimostrare niente. Devi solo leggere tre segnali: cosa ti dice la stanchezza, quale sacrificio ha una direzione e dove riconosci la tua forza. Per generare il voucher servono almeno 25 caratteri per ciascuna risposta.

Che cosa mi sta dicendo oggi la mia stanchezza?
Quale sacrificio ha davvero una direzione per me?
Dove riconosco la mia forza oggi?
Sliding rule: prima osservi, poi comprendi, poi scegli. È lì che nasce il colpo giusto.
Minimo richiesto: 25 caratteri per risposta.
Privacy first: cosa significa per noi

Questo esercizio nasce per proteggere prima di tutto la tua libertà. Le risposte vengono salvate sul tuo dispositivo, nel browser, e non vengono inviate automaticamente.

Sei tu a scegliere se scaricarle, stamparle, copiarle, condividerle via WhatsApp, inviarle via email o mandarle direttamente al team Sport Performance con il voucher incluso.

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Uno spazio concreto per trasformare lo sport in direzione

Non serve avere già tutto chiaro. A volte basta partire da una domanda: quale gesto, quale scelta o quale disciplina può riportarti più vicino alla tua performance?

Ogni performance nasce prima nella mente e poi nel gesto.

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Media Partnership · Fiera dello Sport Digital

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Sport, tecnologia e umanità dell’atleta

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Puoi approfondire il metodo Sport Performance e il modo in cui integriamo mental coaching, educazione alimentare sportiva e presenza nello sport.

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Ogni performance nasce prima nella mente e poi nel gesto.
A volte tutto comincia da una pedana, da un ricordo, da un fioretto nell’armadio.
E a volte ricominciare significa semplicemente riconoscere da dove sei nato davvero.

Area di partenza · Sport Performance

Da qui puoi iniziare ad allenare la tua performance, non solo il risultato.

Cliccando entrerai nel sito slidingdoorsconsulting.com, dove trovi alcune tracce di partenza pensate per orientarti tra mental coaching sportivo, motivazione, focus, gestione della pressione ed educazione alimentare sportiva.

Una nota importante: nello sport non esistono percorsi preconfezionati validi per tutti. Quello che trovi sono tracce, spunti e possibili direzioni. Il lavoro sulla performance viene poi modulato insieme, a partire da una call gratuita di 45 minuti, utile per capire il tuo punto di partenza, il tuo obiettivo sportivo e se il percorso può essere davvero adatto a te.

Il link si apre in una nuova finestra e porta a slidingdoorsconsulting.com.

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