Sport Performance – Verso il 1° maggio
Ci stiamo avvicinando sempre più al 1° maggio. Ma cosa accadrà quel giorno? E soprattutto: perché è iniziato un countdown da parte nostra?
Un punto di partenza.
Cos’è lo sport?
È la domanda che mi sono fatto in questi giorni, mentre mettevo insieme ricordi, esperienze, competenze. E la prima risposta che mi è venuta non è stata una definizione precisa, ma tre parole: stanchezza, sacrificio, forza.
Poi ne sono arrivate altre: sfida, benessere, salute, dedizione, costanza, motivazione, determinazione, intelligenza, processo mentale, struttura psicologica… Ma ho deciso di fermarmi lì.
Non perché le altre non siano importanti, ma perché dentro queste tre, in qualche modo, ci stanno già tutte. La sfida è nella stanchezza che accetti. La dedizione è nel sacrificio che ripeti. La motivazione e la determinazione si costruiscono proprio lì, quando continui anche quando non ne hai voglia.
E poi c’è tutta una parte più silenziosa, meno visibile. Quella mentale. Quella fatta di processi, di struttura, di dialogo interno. Quella che spesso non si vede, ma che in realtà regge tutto.
Ed è anche per questo che, nelle prossime settimane, insieme a Daniela e ad alcune sorprese che stiamo preparando per chi ci legge — e anche per chi magari ci osserva più in silenzio — torneremo su queste parole. Una alla volta. Con più spazio. Con più profondità.
La stanchezza
La stanchezza è la prima cosa che senti. La associ subito al dolore, ai muskelkater, a quel momento in cui il corpo ti presenta il conto. Lo sport stanca. Eccome se stanca. E a volte il divano diventa il vero obiettivo della giornata.
Ma crescendo, e soprattutto guardandolo oggi anche con occhi più da mental coach, mi rendo conto che quella stanchezza non è mai casuale. È un linguaggio. È il corpo che ti dice dove sei, quanto hai dato, dove puoi arrivare. Non è solo fatica: è informazione.
Sacrificio e forza
Sacrificio e forza, per me, hanno sempre camminato insieme. Li ho capiti davvero solo vivendo la scherma. Ho iniziato a 5 anni, con i fioretti di plastica del Trofeo Topolino. Poi sono arrivati gli allenamenti veri, la famiglia Mangiarotti, i primi valori.
I miei primi passi li ho mossi proprio lì. Ricordo ancora, anche se in modo sfumato, Dario, insieme al fratello Edoardo e alla figlia Carola. Non era solo insegnamento tecnico. C’era qualcosa di più. C’era un modo di stare in pedana, un modo di vivere lo sport che andava oltre il gesto. E forse è proprio questo che mi è rimasto.
Poi ci sono i ricordi più vivi, quelli che non hanno bisogno di essere perfetti per essere veri. I compagni: Davide, Tommaso, Massimiliano — il mancino che, sportivamente parlando, proprio non sopportavo. Le dinamiche di gruppo. Le piccole rivalità. Le alleanze che cambiavano.
E poi tutto quello che stava intorno: le pizze dopo gli allenamenti, i viaggi, le macchine piene di borse e sogni, i sacrifici dei nostri genitori che, senza dirlo troppo, rendevano possibile tutto questo.
Ricordo una gara a Monza. Una sfida a squadre persa. Ricordo le proteste contro gli arbitri, le discussioni, il sentirsi nel giusto. Gli avversari, tra cui L.B. — che probabilmente noi ricordiamo molto più di quanto lui possa ricordare noi. Perché ognuno, alla fine, è dentro il proprio percorso.
All’epoca eravamo bambini. E dentro quelle situazioni ci sembrava tutto enorme. Ma oggi capisco che non erano solo gare. Erano i primi momenti in cui iniziavamo a confrontarci con la sconfitta, con l’ingiustizia percepita, con l’ego, con il gruppo. E, in fondo, con noi stessi. E arbitri o non arbitri… era sport.
La formazione (quella vera)
Poi è arrivata la fase più intensa. La società del Giardino. Allenatori olimpionici. Un livello diverso. E lì ho capito cosa significa davvero forza. Non quella fisica. Quella mentale.
Ore con le gambe piegate. Ripetere gli stessi movimenti all’infinito. Avanti, indietro, affondo, finta, controfinta. All’epoca era allenamento. Oggi so che era costruzione.
Fiorettista, dentro
Ancora oggi lo dico con orgoglio: ero un fiorettista. Non perché fosse meglio di spada o sciabola, ma perché mi somigliava. Meno istinto, più strategia. Meno velocità, più lettura.
Forse anche per quella mia parte nerd, cresciuta con Age of Empires: prima osservi, poi capisci, poi agisci.
Eppure… qualcosa non tornava
C’è però una cosa che mi è rimasta addosso. L’impugnatura francese. Non l’ho mai sentita davvero mia. Quella libertà nel polso, quel lasciare il fioretto più libero… l’ho sempre un po’ subita, più che scelta. All’epoca non sapevo spiegarlo. Oggi sì.
Controllo e libertà
Oggi, lavorando anche come mental coach, mi è chiaro che quella non era solo una questione tecnica. Era un tema mentale. Quanto controllo cerco? Quanto mi fido del lasciare andare? Quella sensazione nel polso raccontava molto più di quanto pensassi.
Così come altri dettagli: la maschera a griglia con cui sono cresciuto, e poi il passaggio a quelle più pulite, più aperte. Meno filtro. Più visione. Anche lì, senza saperlo, stava cambiando qualcosa dentro.
La mia prima palestra mentale
Se oggi porto competenze legate al mental coaching, devo essere onesto: non sono nate solo sui libri o dai corsi di approfondimento fatti negli anni. Sono nate lì. In pedana.
Undici anni di scherma sono stati la mia prima vera palestra mentale. Struttura. Ripetizione. Strategia. Presenza. E anche qualcosa che oggi riconosco ancora meglio: un continuo processo di apprendimento dagli altri.
Mentoring, senza chiamarlo così
Allenatori, compagni più esperti, contesto. Osservavo. Assorbivo. Ripetevo. E allo stesso tempo, tra di noi, cresceva qualcosa di condiviso. Oggi lo chiamerei mentoring. All’epoca era semplicemente stare dentro lo sport.
Il corpo segnala il limite, ma anche la possibilità di adattamento.
La ripetizione crea identità prima ancora di creare risultato.
La forza vera, spesso, è restare presenti nel gesto e nella scelta.
La mia idea di performance
Tutto questo, oggi, prende forma in modo più chiaro. Per me, la performance non è mai stata il risultato. È sempre stata quel momento prima. Quando osservi. Quando capisci. Quando scegli.
La performance è lì. Non nel colpo, ma nella costruzione del colpo.
La pausa
Poi ho smesso. Di colpo. Allenamenti quotidiani, struttura, ritmo… tutto interrotto. E il corpo ha reagito: postura, dolori, squilibri. Ma oggi non la leggo più solo come una perdita. È stata una rottura necessaria per capire davvero cosa avevo costruito.
E oggi…
Oggi mi capita ancora. Apro l’armadio. Vedo i miei fioretti. E per un attimo mi fermo. “E se ricominciassi?”
Verso il 1° maggio
Forse questo progetto nasce anche da lì. Da tutto quello che è stato. Da tutto quello che è rimasto. Perché lo sport, alla fine, non è solo movimento. È struttura. È identità. È modo di stare nelle cose.
E questo… è solo l’inizio.
Esercizio – La pedana della stanchezza
Un esercizio di ascolto: riconosci come il tuo corpo comunica durante la fatica.
Come funziona
Nella scherma, se entri in pedana senza ascoltare il corpo, perdi lucidità. Qui fai lo stesso: osserva la tua stanchezza, non giudicarla.
Esercizio – Il sacrificio dell’affondo
Nella scherma l’affondo funziona quando è preparato. Anche nella vita, il sacrificio ha senso quando ha una direzione.
Come funziona
Individua un obiettivo reale e scrivi cosa sei disposto a ripetere per arrivarci. Non cercare l’azione perfetta: cerca quella sostenibile.
Esercizio – La forza del tempo giusto
Il fioretto mi ha insegnato che la performance non è nel colpo impulsivo, ma nel tempo giusto.
Come funziona
Allena il tuo processo mentale in tre passaggi: osservazione, comprensione, direzione. È la mia idea di performance portata in pratica.
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